La base della lotta politica marxista non consiste nell’imparare a memoria gli slogan, bensì nell’implacabile disvelamento dell’essenza economica dei fenomeni. Se rigettiamo il feticismo giuridico delle costituzioni “sovietiche” e delle altre leggi e ci rivolgiamo all’analisi del «Monte Bianco di fatti concreti»1 della vita economica dell’URSS, scopriremo la rigorosa logica dello sviluppo del capitale.
La prima e più evidente manifestazione di questa logica si rivela già nel fatto che l’URSS non fu mai reciso dal mercato capitalistico mondiale. Contrariamente ai miti sull’autarchia, durante l’industrializzazione il grano requisito ai piccoli produttori funzionò come merce classica: veniva gettato sulle borse internazionali a prezzi di dumping, per anticipare capitale destinato all’acquisto di macchinari e tecnologie occidentali. Dopo la seconda guerra mondiale, l’economia dell’URSS si integrò ancora più fortemente nella divisione internazionale del lavoro, divenendo criticamente dipendente dai prezzi mondiali delle fonti energetiche. La logica dell’accumulazione interna era dettata dalla dura necessità di sopravvivere nella concorrenza interimperialistica sul mercato esterno.
La forma giuridica e la burocrazia come borghesia di Stato
Ridurre i rapporti di produzione al loro involucro giuridico significa cadere nel più profondo feticismo giuridico. È esattamente ciò che fanno gli stalinisti, equiparando la proprietà statale alla proprietà dell’intero popolo.
I trotskisti, da un lato, smascherano correttamente questa illusione. Come scrisse lo stesso Trockij, l’identificazione della proprietà statale con il patrimonio di tutto il popolo è il «sofisma fondamentale della dottrina ufficiale»2. Ma, dall’altro lato, gli stessi trotskisti diventano vittime di una scelta di criteri erronei. Come prove del carattere socialista dell’economia dell’URSS essi adducono o gli alti tassi di crescita – «il linguaggio […]* del ferro, del cemento e dell’elettricità*»3, – oppure la genealogia storica del regime, indicando che la statalizzazione fu condotta «per mezzo di una rivoluzione sociale»4. In altre parole, essi valutano il sistema non in base al reale modo di sfruttamento, bensì in base ai suoi indicatori secondari, alla sua genesi e agli atti legislativi.
Inoltre, sia gli stalinisti sia i trotskisti concordano nell’ingenua convinzione che nell’URSS si fosse affermata la pianificazione centralizzata. In realtà, ciò che veniva chiamato “piano” non era altro che i tentativi – nella maggior parte dei casi falliti – dello Stato borghese di far quadrare il bilancio nelle condizioni dell’imperversante elemento spontaneo della produzione mercantile.
In entrambi i casi si verifica un fatale distacco idealistico della forma giuridica e della sovrastruttura politica dai reali rapporti di produzione. Essi dimenticano il postulato fondamentale di Marx: il criterio in base al quale si determina il carattere del regime economico non sono le dichiarazioni politiche, non la presenza della tessera di partito in tasca al direttore, e nemmeno i tassi di crescita dell’industria in sé. Il capitale è un rapporto sociale oggettivo. Se nella struttura si conservano ovunque la produzione mercantile, il denaro e il lavoro salariato, se l’operaio è separato dai mezzi di produzione e produce plusvalore, che viene espropriato – non importa se da un singolo capitalista o da un loro gruppo –, allora abbiamo di fronte a noi il capitale, quali che siano le bandiere rosse dietro cui si nasconde la sua genesi.
La nazionalizzazione di per sé non elimina questo rapporto. Friedrich Engels, nella terza sezione di “Socialismo utopistico e socialismo scientifico” (1880), lo dimostrò in modo esauriente:
«Qualsiasi forma di Stato moderno è per natura una macchina capitalistica, uno Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale. Più lo Stato si prende le forze produttive, più diviene un capitalista collettivo, più sfrutta i cittadini. Gli operai restano salariati e proletari. Il rapporto capitalistico fra salariato e salariante è spinto all’apice anziché eliso. Ma giunto all’apice si ribalta. La proprietà statale delle forze produttive non è la soluzione del conflitto, ma porta in sé il mezzo formale, la chiave della soluzione»5.
Il comunismo è il superamento della proprietà privata in tutte le sue forme, compresa quella statale. Se nell’URSS si fosse verificata un’autentica socializzazione, ossia il superamento della proprietà privata nel senso lato dell’economia politica – dell’appropriazione di plusvalore da parte di una parte della società a spese dello sfruttamento dell’altra –, ciò non avrebbe significato altro che socialismo.
La tragedia storica dell’opposizione di sinistra, e in primo luogo di L. Trockij, consistette nel fatto che, pur operando con categorie marxiste, essa deviò dalla via maestra del materialismo storico. Trockij riteneva che il potere nell’URSS non appartenesse alla borghesia, bensì alla classe operaia, ma che a livello della sovrastruttura politica fosse stato usurpato dalla burocrazia, trasformatasi in una peculiare casata bonapartista6.
A differenza dei teorici della “nuova classe” (M. Shachtman, T. Cliff, B. Rizzi, M. Đilas, M. Voslenskij e altri), Trockij non considerava la burocrazia un classe dominante autonomo, “sospeso nel vuoto”. Sono proprio le concezioni del “nuovo classe” a infrangersi contro la critica del giovane Marx, il quale, nell’opera “Per la critica della filosofia hegeliana del diritto” (1843), rilevava che la burocrazia è un fenomeno del tutto derivato. Essa è «soltanto il “formalismo” di un contenuto che è fuori di essa»7. I teorici del “nuovo classe” non compresero affatto questo punto, tentando di attribuire alla burocrazia un’autonoma essenza socioeconomica.
Trockij, invece, comprendendo perfettamente ciò, riteneva che tale contenuto fosse la struttura proletaria (la proprietà statale), sulla quale la burocrazia era costretta ad appoggiarsi e che essa difendeva. In questo modo la sovrastruttura, nella persona della burocrazia, acquisiva una duplice natura storica: difendendo la struttura operaia, essa portava al contempo in sé tendenze borghesi, che in futuro avrebbero potuto costituire la base per una restaurazione del capitalismo.
Fu proprio partendo da questa natura duplice, ma derivata dalla struttura proletaria dell’URSS, che Trockij trasse la conclusione secondo cui, per salvare il sistema, fosse necessario soltanto un rovesciamento politico, e non sociale.
Le affermazioni degli stalinisti e dei trotskisti circa la “scomparsa fisica della classe borghese” nell’URSS rivelano il loro oggettivismo metodologico. Il capitale ha bisogno della propria personificazione. Come scrisse Marx nel primo capitolo del “Diciotto brumaio di Luigi Bonaparte” (1852):
«Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi»*.8 *
I processi sociali non possono in linea di principio verificarsi senza la partecipazione di persone concrete. Se non c’è il classico fabbricante col cilindro, ciò non significa che il capitale sia scomparso. Come rilevava Marx, il capitalista funziona soltanto come capitale personificato, dotato di volontà e coscienza.
È diffusa una visione piccolo-borghese che riduce la proprietà privata esclusivamente al possesso, da parte di una persona concreta, di una fabbrica concreta. Ma questo è un tratto proprio soltanto del primo capitalismo. Nelle condizioni del capitalismo monopolistico di Stato sviluppato, il diritto di disporre del capitale si concentra nelle mani della macchina statale e dei monopoli.
Nell’URSS questo passaggio si formalizzò politicamente quando, nella prima metà degli anni Venti, il proletariato perse i meccanismi di controllo operaio diretto (i Soviet) sull’economia, privandosi in tal modo del potere politico. L’apparato statale, fondendosi col partito dirigente, si staccò dalle masse proletarie e si trasformò in uno strumento autonomo del capitale.
Spesso risuona la controargomentazione da senso comune: il funzionario nell’URSS non poteva lasciare la fabbrica in eredità, dunque non era un capitalista. Ma nella fase del capitalismo monopolistico, anche in Occidente, l’eredità da tempo non avviene più sotto forma di trasmissione di singole imprese o di intere “imprese industriali”, bensì mediante la conversione del plusvalore in beni liquidi – denaro, titoli, immobili di pregio e beni materiali. La formazione di enormi accumulazioni monetarie, anche su conti bancari, i privilegi nomenklaturisti, gli spacci speciali riservati e i sistemi chiusi di approvvigionamento erano una forma di appropriazione del plusvalore. Sotto questo aspetto, il sistema “sovietico” non differiva in linea di principio dagli Stati capitalistici dell’Europa occidentale.
Naturalmente, non tutti gli 1,8 milioni di impiegati “sovietici” (secondo i dati del CUNCHU9 del Gosplan dell’URSS al 1940) erano sfruttatori; la maggior parte di essi apparteneva alle classi dei lavoratori salariati o della piccola borghesia, senza differire, per tenore di vita, dalle masse proletarie. I massimi dirigenti di partito ed economici, che prendevano le decisioni di investimento e controllavano i flussi di profitto, costituiscono una parte specifica della borghesia, personificante il capitale nazionale; perciò è erroneo, sulla scia di vari teorici borghesi e pseudomarxisti, definire questa burocrazia “nuova classe”.
L’errore teorico fondamentale dei sostenitori di tutte queste teorie consiste nel fatto che, in sostanza, essi postulano l’esistenza nell’URSS di un particolare modo di produzione (capitalismo di Stato/monocapitalismo, modo di produzione asiatico, collettivismo burocratico, neofeudalesimo e simili), intermedio tra capitalismo e comunismo, individuano un particolare modo di sfruttamento, ma non ne decifrano il meccanismo. Se i lavoratori venivano sfruttati dall’apparato statale, allora nell’interesse di chi? Nel proprio interesse? Ma anche se ciò fosse vero, il fatto dello sfruttamento dei lavoratori in una tale società direttamente da parte dello Stato significherebbe soltanto che la classe dominante, proprietaria collettiva dei mezzi di produzione, coincide con l’apparato statale. Ma quali metodi di sfruttamento questa classe dominante applichi, non lo sapremmo comunque, e dunque non avremmo determinato il carattere della classe sfruttatrice né dell’intera società.
È tuttavia radicalmente errato ritenere, anche per pure ragioni empiriche, che le funzioni di capitale personificato nell’URSS fossero svolte esclusivamente dall’apparato di partito superiore e dalla nomenklatura nel suo complesso. Una quota significativa dei capitalisti reali – specialmente di quelli monetari – non era nemmeno iscritta al partito. Le funzioni di amministratori del capitale venivano assunte dai direttori delle singole grandi imprese, dei trust, delle direzioni di costruzione, nonché da persone che possedevano di fatto un colossale capitale monetario e commerciale. La struttura economica generava una classica borghesia a tutti i livelli.
Molte ricerche empiriche svelano la meccanica del potere di questa borghesia complessa e composita. Ad esempio, lo storico americano Arch Getty scrive:«Pochi si fidavano delle istituzioni, o anche solo vi credevano; si credeva nelle persone. Tutto si basava sui rapporti personali».10
I clan di partito ed economici, il nepotismo e la solidarietà d’interessi che permeavano l’intero sistema “sovietico” dall’alto in basso, dal punto di vista marxista non erano affatto una semplice eredità di una cultura arcaica. Era un meccanismo reale, di struttura, di autorganizzazione della classe dei capitalisti, saldati dall’estrazione e distribuzione congiunta del plusvalore. Non sorprende che, nelle viscere di questo sistema, sia risorta in modo consequenziale la figura personificante l’intero capitale nazionale: come è noto, i vertici del partito chiamavano costantemente Stalin «il padrone»11.
La duplicità del periodo di transizione e l’accumulazione originaria
Lenin, nel 1918, nell’opera “Sull’infantilismo ‘di sinistra’ e sullo spirito piccolo-borghese”, riconosceva apertamente la necessità del capitalismo di Stato, ma esclusivamente come ritirata temporanea nelle condizioni della devastazione e a stretta condizione del mantenimento della dittatura del proletariato. Il capitalismo di Stato sotto il controllo degli operai armati è un passo verso il socialismo; il capitalismo di Stato senza il potere politico degli operai è puro capitalismo. Fu esattamente questa seconda via a realizzarsi nell’URSS.
Sviluppando questo pensiero nel 1921, con il passaggio alla NEP, Lenin considerava ormai il capitalismo di Stato non più come il pericolo principale, bensì come una sorta di “alleato” del socialismo nella lotta contro l’elemento piccolo-borghese spontaneo e il capitale privato disperso. L’introduzione della NEP e la scommessa sullo sviluppo del capitalismo di Stato non furono un errore teorico, bensì un patto consapevole con la realtà oggettiva – un disperato tentativo di mantenere il potere politico in un paese contadino devastato e isolato, in attesa dell’arrivo del proletariato europeo.
È erroneo ritenere che l’avanguardia bolscevica non avesse scorto la minaccia capitalistica proveniente dal suo stesso interno. Già all’XI congresso del PCR(b), nel marzo 1922, Lenin pose apertamente la diagnosi dell’incombente termidoro e riconobbe che la macchina statale non obbediva più al proletariato:
«La macchina sfugge dalle mani di chi la guida; si direbbe che qualcuno sia seduto al volante e guidi questa macchina, che però non va nella direzione voluta, quasi fosse guidata da una mano segreta, illegale, Dio solo sa da chi, forse da uno speculatore o da un capitalista privato o da tutti e due insieme. Il fatto è che la macchina va non nella direzione immaginata da chi siede al volante, anzi talvolta va nella direzione opposta. Questo è quel che più conta e che si deve ricordare nella questione del capitalismo di Stato».12
Lenin non nutriva illusioni riguardo alla natura di classe dell’apparato statale e descrisse in dettaglio la meccanica secondo cui esso avrebbe assorbito la rivoluzione. Ponendosi la domanda su chi governasse chi – i 4.700 quadri comunisti dirigenti a Mosca o la macchina burocratica –, rispose direttamente: «non sono essi che guidano, ma sono guidati»13.
Portando l’analogia storica dei conquistatori e dei vinti, constatò:
«Se il popolo conquistatore ha un livello culturale superiore a quello del popolo vinto, impone a quest’ultimo la propria cultura; se è il contrario, avviene che il popolo vinto impone la propria cultura al vincitore. Non è accaduto qualcosa di simile nella capitale della Repubblica federale russa, e non è avvenuto che i 4.700 comunisti (quasi un’intera divisione, e tutti fra i migliori) siano stati sottomessi da una cultura estranea? In verità, qui può sorgere l’impressione che i vinti abbiano un livello culturale elevato. Niente affatto. La loro cultura è meschina, ma è tuttavia superiore alla nostra. Per quanto insignificante essa sia, è tuttavia superiore a quella dei nostri quadri comunisti responsabili, perché questi non hanno sufficiente abilità nel dirigere. I comunisti che vengono messi alla testa di organismi - talvolta sono i sabotatori che ve li pongono intenzionalmente per servirsene come di un paravento – spesso vengono imbrogliati».14
La borghesia, pur essendo sconfitta militarmente e politicamente, grazie alla propria cultura di gestione più sviluppata e all’elemento spontaneo della produzione mercantile riuscì a imporre la propria logica ai vincitori proletari. L’industria nazionalizzata operava nelle condizioni del mantenimento del mercato. Non scomparvero da nessuna parte nemmeno i capitalisti privati, esistiti per tutta la storia dell’URSS. Su un territorio isolato, la struttura dettò la forma della sovrastruttura. Per quanto ineccepibile fosse teoricamente, i migliori bolscevichi non potevano abolire per puro sforzo di volontà le leggi oggettive dell’economia. Ridurre questa catastrofe storica a un banale “difetto di teoria” o a un complotto burocratico significa scivolare, dal materialismo storico, nell’idealismo.
Affrontando il problema dalle posizioni del materialismo storico, occorre riconoscere il carattere duplice della Rivoluzione d’Ottobre. Distruggendo i residui del feudalesimo, essa risolveva radicalmente compiti che la borghesia non era più in grado di risolvere, e al contempo tentava di aprire la strada alla rivoluzione proletaria mondiale. Sorge una domanda legittima: la dittatura proletaria isolata, in un paese contadino devastato, aveva nel 1921 un’alternativa materiale diversa? La tattica leninista si fondava interamente sul disperato tentativo di “guadagnare tempo” fino alla vittoria della rivoluzione in Occidente. Ma se il potere proletario non poteva a lungo gestire il capitalismo di Stato senza degenerare, allora l’isolamento della rivoluzione in un solo paese arretrato ne significava la rovina fatale e oggettivamente inevitabile. L’“errore” di Lenin consistette soltanto nel fatto che egli sperava di guadagnare questo tempo.
Giungiamo qui alla domanda chiave: perché questo tempo non fu guadagnato? Criticando la nota metafora di Amadeo Bordiga sul treno rivoluzionario che non passò mai, occorre constatare: le condizioni *economiche *oggettive per la rivoluzione socialista in Occidente erano più che mature. Il treno in effetti passò, ma il fattore soggettivo – l’avanguardia rivoluzionaria, il partito comunista – si rivelò immaturo e arrivò in ritardo alla stazione, il che si manifestò nel modo più tragico nella sconfitta della rivoluzione in Germania. Fu proprio questa sconfitta a condannare il proletariato russo all’isolamento.
Tuttavia, come materialisti storici, siamo tenuti a chiederci: perché il fattore soggettivo si rivelò così debole? Non possiamo ridurre ciò, in modo idealistico, alla caduta morale, alla viltà o al tradimento dei capi della Seconda Internazionale. Le radici del fenomeno risiedono nello sviluppo oggettivo del capitalismo. Già Engels, osservando il movimento operaio inglese, rilevava la formazione di uno strato di aristocrazia operaia, corrotta grazie al monopolio della borghesia britannica sul mercato mondiale. Nell’epoca dell’imperialismo, come dimostrò Lenin, questa tendenza investì tutti i paesi capitalistici avanzati. Decenni di sviluppo capitalistico relativamente “pacifico” (dal 1871 al 1914) crearono una potente base materiale per il riformismo: il liberalismo internamente marcito si ravvivò sotto forma di opportunismo socialista, predicando la “pace sociale”. La borghesia occidentale, appoggiandosi ai sovraprofitti dello sfruttamento coloniale, seppe magistralmente l’arte di ingannare e corrompere gli operai. I partiti operai e i sindacati in Occidente si fusero strutturalmente con lo Stato borghese, e il tradimento del 1914 fu soltanto la formalizzazione politica di questo processo materiale.15
Lenin sopravvalutò la prontezza dell’Occidente per la rivoluzione comunista mondiale. Come marxista, egli comprendeva senza dubbio la dialettica tra oggettivo e soggettivo: anche le condizioni oggettive più favorevoli non porteranno al crollo del capitalismo in assenza di un fattore soggettivo maturo e politicamente indipendente. L’errore di Lenin non consistette nell’ignorare teoricamente questa legge, bensì in una valutazione eccessivamente ottimistica della maturità effettiva del proletariato europeo in quel preciso momento storico. Le gigantesche forze produttive dell’Occidente e la crisi dell’imperialismo non potevano abbattere il sistema borghese senza un’avanguardia comunista rivoluzionaria forte e influente nelle masse proletarie. I comunisti in Europa dovettero condurre una lotta durissima non soltanto contro la borghesia, ma anche contro il colossale apparato della socialdemocrazia, e per la formazione di questo fattore soggettivo mancò semplicemente il tempo storico. In definitiva, la sopravvalutazione della prontezza dell’Occidente rese i bolscevichi ostaggi della tattica della “costruzione capitalistica” in una Russia isolata.
Alcuni comunisti e operai d’avanguardia della Russia erano già preoccupati per quanto stava accadendo fin dai primissimi anni Venti. Nell’autunno del 1923, sullo sfondo di scioperi di massa contro la riduzione dei salari, il gruppo “Rabočaja Pravda”16 pubblicò l’“Appello al proletariato rivoluzionario e a tutti gli elementi rivoluzionari rimasti fedeli alla classe operaia in lotta”, che offrì un’analisi di classe precisa della nascente nomenklatura:
«Dopo la vittoriosa rivoluzione e la guerra civile, si sono aperte davanti alla Russia ampie prospettive di una rapida trasformazione in un paese di capitalismo avanzato. In ciò risiede l’indubbia, enorme conquista della rivoluzione d’ottobre.
Ma cosa è cambiato nella condizione della classe operaia? – La classe operaia della Russia è disorganizzata, nelle menti degli operai regna la confusione: si trovano forse nel paese della “dittatura del proletariato”, come instancabilmente ripete, a voce e per iscritto, il Partito Comunista, oppure in un paese di arbitrio e sfruttamento, come la vita dimostra loro a ogni passo? La classe operaia trascina un’esistenza miserabile, mentre la nuova borghesia (vale a dire i quadri dirigenti, i direttori di fabbrica, i responsabili dei trust, i presidenti dei comitati esecutivi ecc.) e i nepmen vivono nel lusso e richiamano alla nostra memoria il quadro della vita della borghesia di tutti i tempi. E davanti a noi stanno di nuovo lunghi e duri anni di lotta per l’esistenza. Ma quanto più complessa è la situazione, tanto maggiore chiarezza e organizzazione occorrono al proletariato in lotta. […] La burocrazia sovietica, di partito e sindacale, e gli organizzatori del capitalismo di Stato si trovano in condizioni materiali nettamente diverse dalle condizioni di esistenza della classe operaia; il loro stesso benessere materiale e la stabilità della loro posizione generale dipendono dal grado di sfruttamento e di subordinazione delle masse lavoratrici; – tutto ciò rende inevitabile la contraddittorietà dei loro interessi e la rottura tra il partito comunista e la classe operaia».17
È significativo come i teorici dell’“Opposizione di sinistra” trotskista, ancora prima della vittoria definitiva della controrivoluzione staliniana, giustificassero l’estrazione di plusvalore dalla classe operaia per le esigenze dell’accumulazione statale. L’economista E. Preobraženskij elaborò la teoria dell’“accumulazione socialista originaria”, e Lev Trockij, nella relazione sull’industria all’XII congresso del PCR(b) nel 1923, citando un punto “molto interessante”, a suo giudizio, tratto da un libretto di un anonimo funzionario sindacale di partito, il quale ragionava sul fatto che «la classe operaia, essendo al potere, ha la possibilità, quando ciò è richiesto dagli interessi di classe, di concedere credito all’industria a spese del salario», commentava:
«In altre parole, possono esserci momenti in cui lo Stato non versa la paga o ne versa soltanto la metà, e tu, operaio, fai credito al tuo Stato a spese del tuo salario».18
Da sotto la maschera dello “Stato operaio” si vedeva sempre più chiaramente lo sfruttamento capitalistico classico.19
Che cosa sia realmente l’accumulazione originaria di capitale, Marx lo spiegò nel capitolo 24 del Libro I del “Capitale”. Si tratta di un processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione:
«A che cosa si riduce l’accumulazione originaria del capitale, cioè la sua genesi storica? In quanto non è trasformazione immediata di schiavi e di servi della gleba in operai salariati, cioè semplice cambiamento di forma, __l’accumulazione originaria del capitale significa soltanto l’espropriazione dei produttori immediati, cioè la dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale.__
La proprietà privata, come antitesi della proprietà sociale, collettiva, esiste soltanto là dove i mezzi di lavoro e le condizioni esterne del lavoro appartengono a privati. Ma, a seconda che questi privati sono i lavoratori o i non lavoratori, anche la proprietà privata assume carattere differente. Le infinite sfumature che la proprietà privata presenta a prima vista sono soltanto un riflesso degli stati intermedi che stanno fra questi due estremi».20
Nell’URSS, l’atto violento dell’accumulazione originaria di capitale si dispiegò tra la fine degli anni Venti e gli anni Trenta. La collettivizzazione privò milioni di contadini – piccoli proprietari-produttori – della terra. Il capitale nazionale, come riconobbe l’accademico Yury Yaremenko (seguace della scuola economica di F. List), ottenne «una risorsa colossale – il contadinato», che esso «convertì in industrializzazione»21.
Coinvolgendo milioni di contadini rovinati nell’agricoltura capitalistica e spingendone una parte verso le città, lo Stato formò un colossale esercito industriale di riserva, privo di proprietà e costretto a vendere la propria forza lavoro alle imprese statali e private. Il carattere mercantile del settore agrario collegò indissolubilmente l’intera economia dell’URSS all’azione della legge del valore.
La legge fondamentale: lavoro salariato e alienazione
Nell’opera “Lavoro salariato e capitale” (1849), Marx formulò una legge inderogabile:
«Il capitale presuppone dunque il lavoro salariato, il lavoro salariato presuppone il capitale».22
Per tutta la storia dell’URSS il proletario vendette la propria forza lavoro, la quale conservò in tal modo la sua caratteristica merceologica fondamentale: essa aveva un valore di scambio (determinato dal valore dei mezzi di sussistenza dell’operaio e della sua famiglia) e un valore d’uso (la capacità di creare un valore nuovo, maggiore del proprio). Nell’URSS operava pienamente la formula fondamentale del movimento del capitale enunciata da Marx: D – __M __– D’ (Denaro – Merce – Denaro accresciuto). I monopoli statali anticipavano capitale (D) per l’acquisto di mezzi di produzione e forza lavoro, al fine di produrre, nel processo di sfruttamento, una merce (M), estrarre plusvalore e ottenere capitale accresciuto (D’).
Il meccanismo di questo sfruttamento è descritto con impeccabile precisione nel Libro I del “Capitale” (capitolo IX, “Saggio e massa del plusvalore”):
«Se consideriamo il processo di produzione dal punto di vista del processo lavorativo, l’operaio non trattava i mezzi di produzione come capitale, ma come semplice mezzo e materiale della sua attività produttiva adeguata allo scopo. In una conceria, per esempio, egli tratta le pelli semplicemente come suo oggetto di lavoro. Non è la pelle del capitalista che egli concia. Le cose stanno diversamente non appena consideriamo il processo di produzione dal punto di vista del processo di valorizzazione. I mezzi di produzione si trasformano subito in mezzi di assorbimento di lavoro altrui. __Non è più l’operaio che adopera i mezzi di produzione, ma sono i mezzi di produzione che adoperano l’operaio.__* Invece di venire da lui consumati come elementi materiali della sua attività produttiva, essi consumano lui come fermento del loro processo vitale; e il processo vitale del capitale consiste solo nel suo movimento di valore che valorizza se stesso. […] La semplice trasformazione del denaro in un certo numero di fattori oggettivi del processo di produzione, in mezzi di produzione, trasforma questi ultimi in titolo giuridico e diritto d’imperio sul lavoro e sul pluslavoro altrui».23 *In definitiva, «il denaro viene trasformato in capitale, […] capitale si fa il plusvalore […] dal plusvalore si trae più capitale». Pertanto, «l’accumulazione del capitale presuppone il plusvalore, e il plusvalore presuppone la produzione capitalistica, e questa presuppone a sua volta la presenza di masse di capitale e di forza-lavoro di una considerevole entità in mano ai produttori di merci»24, cioè dei capitalisti che si appropriano del plusvalore.
Il socialismo volgare tende a cercare la differenza tra le classi esclusivamente nella sfera della distribuzione – nel livello dei redditi e dei consumi. Naturalmente, il marxismo non si limita a questo criterio da senso comune, poiché ciò che è primario è il rapporto con i mezzi di produzione. Tuttavia, a livello macroeconomico, la dinamica della produzione capitalistica conduce inevitabilmente alla concentrazione della ricchezza presso i rappresentanti della classe dominante. Marx scriveva, nello stesso capitolo XXIII del Libro I del “Capitale”:
«[…] un’accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale. L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto ossia dalla parte della classe che produce il proprio prodotto come capitale».25
Sebbene il livello di reddito sia un criterio necessario per l’appartenenza di classe di grandi gruppi sociali a livello macroeconomico, esso, di norma, non può essere applicato ai singoli individui, specialmente nelle situazioni limite. Fanno eccezione soltanto quei medesimi “poli” di Marx, dove il divario nei redditi si misura in ordini di grandezza (decine, centinaia e migliaia di volte). In questi casi estremi, il criterio quantitativo determina in modo infallibile la classe di una persona concreta: chi appartiene all’1 % delle persone più ricche di un paese capitalistico non può in linea di principio essere un proletario, e chi rientra nell’1 % dei più poveri non può essere un borghese.
In quella particolare varietà di società capitalistica che fu l’URSS, dove il rapporto reale delle persone con la proprietà era drappeggiato di bandiere rosse, e la statistica generale della stratificazione sociale era «avvolta in un velo impenetrabile»26, come giustamente notò Trockij, il criterio della presenza di sovraredditi eclatanti diventa uno degli indicatori più semplici e affidabili per chi vuole stabilire la reale natura dei processi economici profondi.
I rapporti mercantili-monetari nell’URSS non scomparvero neppure per un istante. Se ne può leggere persino nella letteratura dell’epoca staliniana:* «Nel denaro si esprimono i costi di produzione di __tutti__ i rami dell’economia nazionale, il valore __dell’intero__ prodotto sociale socialista».27*
L’inesorabile logica della riproduzione allargata capitalistica era evidente perfino a onesti ricercatori borghesi, i quali su questo punto furono talvolta persino più marxisti di, ad esempio, Trockij. Mentre quest’ultimo riteneva erroneamente che «il socialismo ha dimostrato il suo diritto alla vittoria non sulle pagine del “Capitale”, ma su un’arena economica che comprende la sesta parte della superficie del globo»28, l’economista americano, creatore del metodo del bilancio intersettoriale Wassily Leontief constatava che il segreto dei tassi di crescita “sovietici” non aveva nulla a che fare con il socialismo, ma era descritto con esattezza dalla teoria marxiana dell’accumulazione del capitale:
«La tesi fondamentale che spiega gli alti tassi di sviluppo dell’economia sovietica è abbastanza semplice. Fu formulata con chiarezza quasi duecento anni fa da Adam Smith, e in linguaggio più accessibile da Benjamin Franklin. Per aumentare rapidamente i propri redditi, occorre destinarne agli investimenti in capitale produttivo una parte quanto più grande possibile – e poi ancora più grande. Ciò significa che occorre ridurre il consumo, abbassando così il tenore di vita delle masse, ed è necessario al tempo stesso costringerle a lavorare sudando. Marx, nella sua teoria dell’accumulazione del capitale, descrive esattamente lo stesso processo […]. Un salario basso significa un basso livello di consumo. Un profitto elevato, cioè un elevato “grado di sfruttamento”, significa un’elevata velocità di accumulazione».29
Nel 1950 i redditi monetari di un nucleo familiare contadino nell’URSS ammontavano a meno di 100 rubli al mese, mentre lo stipendio di un ministro raggiungeva i 20.000 rubli (una differenza di 200 volte, senza contare gli spacci speciali riservati, le dacie ecc.). Inoltre, il sistema generava milionari legali e capitalisti monetari individuali. L’accademico Igor’ Kurčatov – all’epoca senza tessera di partito –, il “Oppenheimer sovietico”, padre della bomba atomica “sovietica”, ricevette, con decreto governativo del 21 marzo 1946, un premio di 500.000 rubli (dopo che gliene era già stata corrisposta in precedenza una somma analoga), un’automobile ZIS-110, uno stipendio doppio e una villa in proprietà personale. Sempre senza tessera di partito, lo scrittore “proletario” Maksim Gor’kij ricevette, nel solo anno 1928/29, 143.955 rubli di onorario30 – una somma per la quale un operaio avrebbe dovuto lavorare al tornio per decenni. La presenza di simili sovraredditi dimostra che il plusvalore estratto dal proletariato si trasformò non soltanto in nuove fabbriche, ma anche in un gigantesco fondo di arricchimento personale per i vertici dirigenti e per il loro apparato scientifico e ideologico al servizio.
Il salario a cottimo,* «più corrisponde», secondo le parole di Marx, «al modo di produzione capitalistico»31* (Il Capitale, Libro I, cap. XIX), divenne il fondamento della prima industria “sovietica” (lo stachanovismo). Si tratta del classico meccanismo di estrazione del plusvalore relativo.
Il conflitto tra lavoro e capitale ebbe carattere reale, di cui fu espressione aperta, ad esempio, la fucilazione degli operai in sciopero a Novočerkassk nel 1962 – un atto di difesa del monopolio della borghesia sul plusvalore. Tuttavia, con l’esaurirsi dei metodi terroristici di gestione, il sistema passò al salario a tempo con premio, il che generò una colossale alienazione. Nell’URSS tarda, la lotta di classe assunse una forma occulta: la caduta assoluta della disciplina del lavoro e della produttività secondo il principio “voi fate finta di pagare, noi facciamo finta di lavorare”. L’apogeo di questo fenomeno fu l’alienazione totale della classe operaia. Yury Yaremenko__ __descrisse questo processo con notevole precisione:
«Le persone [l’accademico preferisce usare l’astratto “le persone” invece del concreto “i lavoratori salariati”] si sono abituate a vivere sotto la pressione del piano, a giocare con lo Stato in giochi antagonistici: chi inganna chi […] si è consolidato uno stereotipo di comportamento negativo: produrre il meno possibile […] e ingannare».32 A seguito dell’alienazione del proletariato, «nella nostra produzione, invece della socializzazione, avviene un’attiva desocializzazione, un apprendimento di competenze antisociali. Sorge un tipo umano asociale […]. Molti semplicemente si danno all’alcolismo. Ma anche coloro che non sono degradati, che si stimano e vogliono guadagnare – che tipo di persone sono? Sono personalità asociali, per le quali è estremamente difficile integrarsi in un collettivo sociale. Il loro tratto principale è un forte negativismo. Questa non è affatto “coscienza di classe”, se per essa si intende l’aspirazione alla consolidazione sociale, alla difesa di interessi comuni».33
Per un marxista non c’è nulla di sorprendente nel fatto che il lavoro salariato sia percepito dai proletari non come attività libera, ma esclusivamente come forza esterna e ostile. Questo fatto dovrebbe spingere l’operaio alla lotta contro il dominio del capitale. Al ricercatore Yaremenko, che si trova invece al servizio del capitale, non resta altro che rammaricarsi del plusvalore non riscosso a causa di ciò.
Alle leggi universali dell’accumulazione era rigorosamente subordinato anche lo sviluppo del capitale statale. La centralizzazione dei mezzi di produzione nella forma della statalizzazione permise al sistema di ottenere una notevole accelerazione industriale. Lo Stato indirizzava il plusvalore estratto ai lavoratori salariati verso la concorrenza interimperialistica. Lo stesso Yaremenko, testimone attento dei processi in corso nell’URSS, scrive che la “spartizione” del plusvalore «avveniva secondo il sistema di priorità esistente», e che «l’espansione mondiale e gli interessi di grande potenza costituivano quel principio che determinava l’intera gerarchia»34.
L’URSS dimostrò la propria maturità imperialistica nel corso della seconda guerra mondiale, prendendo parte diretta a una nuova spartizione del mondo insieme agli altri predatori. Questo fu il punto più basso della caduta dell’internazionalismo proletario e la prova incontrovertibile che l’URSS era pienamente integrata nel mercato capitalistico globale. Tuttavia, l’imperialismo non si riduce affatto a una politica estera aggressiva o ad annessioni territoriali: esso ha natura economica ed è uno stadio specifico dello sviluppo del capitale. L’URSS del dopoguerra ne realizzò pienamente i tratti fondamentali, compresa l’esportazione di capitale. La creazione di “società per azioni miste sovietico-straniere” nell’Europa orientale e in Asia, nonché lo scambio ineguale nell’ambito del Consiglio di mutua assistenza economica (COMECON), dove il commercio si svolgeva sulla base dei prezzi mondiali, trasformarono i paesi della “democrazia popolare” in mercato di sbocco e fonte di sovraprofitti per il capitale nazionale dell’URSS. Pertanto, annessioni, riparazioni ed esportazione di capitale verso i paesi del COMECON rappresentarono una politica imperialistica sotto bandiera rossa. L’internazionalismo proletario si trasformò in una frase vuota.
Come constata lo storico borghese assolutamente rispettabile V.A. Šiškin, il Comintern già negli anni Venti fungeva da paravento, e la vera linea della politica estera dell’URSS divenne l’aspirazione a *«garantire gli interessi nazionali […] del paese», *il che nella pratica significava la realizzazione degli «interessi tradizionali della Russia prerivoluzionaria»35. La politica estera dell’URSS si trasformò definitivamente in una funzione di difesa ed espansione della sfera d’influenza del capitale nazionale.
L’illusione del piano: perché i mezzi di produzione restavano merci
Demolire il mito della “pianificazione socialista” richiede il passaggio dall’analisi delle insegne giuridiche all’anatomia stessa del processo produttivo. L’argomentazione trotskista e staliniana si è aggrappata per decenni allo stesso salvagente: sosteneva che, poiché i mezzi di produzione nell’URSS (macchinari, materie prime, fabbriche) venivano distribuiti dalla Gosplan e non venduti sul libero mercato, essi avrebbero cessato di essere merci.
Nel 1952, nell’opera “Problemi economici del socialismo nell’URSS”, Stalin, tentando di salvare la facciata ideologica, affermò che la legge del valore nell’URSS era limitata alla sfera dei beni di consumo, e che i mezzi di produzione non erano merci. Dal punto di vista del marxismo, si tratta di un assurdo teorico.
«Sempre con l’eccezione della parte del prodotto che viene direttamente consumata di nuovo come mezzo di produzione dai suoi produttori vale per la produzione capitalistica il principio generale: tutti i prodotti vengono sul mercato come merci e perciò per il capitalista circolano come forma di merce del suo capitale, come capitale-merce, sia che questi prodotti per la loro forma naturale, per il loro valore d’uso debbano o possano aver funzioni di elementi del capitale produttivo (del processo di produzione), di mezzi di produzione e perciò di elementi fissi o circolanti del capitale produttivo: sia che possano servire soltanto da mezzi del consumo individuale, non del consumo produttivo. Tutti i prodotti vengono gettati sul mercato come merci; tutti i mezzi di produzione e di consumo, tutti gli elementi del consumo individuale e produttivo devono perciò, mediante l’acquisto, essere nuovamente sottratti al mercato come merci»36 (K. Marx, “Il Capitale”, Libro II, cap. X).
È impossibile isolare la legge del valore in un solo reparto. L’economia dell’URSS si basava sull’istituto dello chozraščët37. Ogni impresa aveva un proprio bilancio e un proprio conto corrente. I rapporti tra le fabbriche statali venivano formalizzati mediante contratti commerciali, e le controversie venivano risolte tramite arbitrato con pagamento di penali. Marx spiegava chiaramente nel primo capitolo del Libro I del “Capitale”:
«Solo prodotti di lavori privati autonomi e indipendenti l’uno dall’altro stanno a confronto l’un con l’altro come merci».38
In realtà, l’economia dell’URSS non rappresentava un meccanismo unico e armonioso, bensì un’arena di spietata lotta di mercato tra corporazioni separate. L’illusione dell’URSS come un “trust unico statale-capitalistico” assolutamente monolitico si infrange contro la realtà della produzione mercantile. In realtà – e in linea di principio non può essere altrimenti sotto il capitalismo – l’unità assoluta non esisteva nemmeno a livello di mercato estero o di assunzione della forza lavoro. Le imprese “sovietiche” agivano come produttori di merci separati, in dura concorrenza tra loro per la forza lavoro e per le commesse di esportazione-importazione. Tuttavia questa frammentazione di mercato si combinava dialetticamente con la sintesi di classe: agendo come comitato d’affari della borghesia, lo Stato dell’URSS garantiva le condizioni generali della riproduzione. Con mano di ferro esso difendeva gli interessi di tutte le frazioni del capitale nazionale dalla classe operaia all’interno del paese, mentre sul mercato estero tutelava le loro posizioni complessive dai capitali concorrenti.
Le diverse fazioni della nomenklatura e i dirigenti senza tessera di partito agivano di fatto come proprietari privati concorrenti. Soggetti di questa concorrenza erano i ministeri industriali, gli enti settoriali, i glavk39, i trust e i dirigenti delle singole fabbriche, sovchoz e kolchoz.
L’esempio più eclatante di questa concorrenza intraspecifica fu la lotta nel complesso militare-industriale. Gli uffici di progettazione di Korolëv, Čelomej e Jangel’ condussero per decenni una lotta spietata per i bilanci, duplicandosi a vicenda i programmi missilistici. I loro direttori ricorrevano a un aggressivo lobbismo, a intrighi politici e a legami nel Politburo per strappare finanziamenti e risorse proprio per le loro imprese, affossando i progetti dei concorrenti. Una lotta simile per i fondi di investimento, le materie prime scarse, la manodopera altamente qualificata e la quota nella distribuzione del plusvalore si svolgeva tra tutti i ministeri. Era una classica concorrenza tra capitali.
Pur appartenendo giuridicamente allo Stato, le fabbriche dell’URSS funzionavano economicamente come produttori di merci separati. Il processo stesso della cosiddetta “pianificazione” celava l’aspra lotta concorrenziale di queste corporazioni-enti separate. Come riconosceva Yury Yaremenko, «al Gosplan e al Gossnab si svolgeva effettivamente una contrattazione sulla distribuzione delle risorse […], una reciproca pressione di forza e la definizione di un certo equilibrio in questi negoziati»40. Il piano statale non precedeva la produzione, ma le arrancava dietro. Esso era una forma di legalizzazione di un rapporto di forze già consolidato tra i glavk concorrenti, un «rattoppo di buchi, condannato al fallimento», e il sistema stesso «non si comprendeva affatto da sé»41. Il carattere duplice della merce – come unità di valore d’uso e valore – lacerava inesorabilmente dall’interno l’economia presunta pianificata. La contraddizione fondamentale della produzione mercantile – *la contraddizione tra lavoro concreto e lavoro astratto *– non era stata superata. Il lavoro concreto degli operai creava cose qualitativamente diverse (macchine utensili, calzature, pane), ma il sistema le valutava esclusivamente in denaro, cioè come coaguli di lavoro astratto socialmente necessario, qualitativamente omogeneo, come valore.
La produzione capitalistica nell’URSS, come ovunque, era orientata alla produzione di valore, non di cose utili. La dittatura dell’indicatore lordo (il “val”) portò al trionfo del valore di scambio sui reali bisogni della società. Allo Stato, in concorrenza sul mercato mondiale, occorreva l’accumulazione di ricchezza astratta. Alle fabbriche veniva assegnato il piano in unità astratte (rubli o tonnellate). La fabbrica di lampadari produceva pesantissime strutture in bronzo invece di lampade leggere, perché così era più facile realizzare il piano in rubli e ottenere la propria quota di plusvalore (i premi).42 Il valore d’uso veniva spietatamente sacrificato all’autovalorizzazione capitalistica del “val” sotto la dittatura del lavoro astratto.
Un riconoscimento aperto del trionfo della legge del valore fu, di fatto, la riforma economica del 1965 (la riforma Kosygin-Liberman). Essa ridusse il numero degli indicatori pianificati aggregati, eliminando indicatori come il livello di produttività del lavoro, il costo di produzione, nonché il numero degli occupati e il salario medio. Al loro posto venivano introdotti il profitto e la redditività della produzione in rapporto al valore dei fondi fissi e circolanti. Inoltre, come indicatore principale del volume di produzione fu stabilito il volume della produzione venduta anziché il volume della produzione lorda. Fu un passo di fondamentale importanza, che mostrò in tutta la sua evidenza il carattere separato, capitalistico, delle imprese “sovietiche” – carattere che era tale anche prima di quel momento, ma che era stato mascherato in misura molto maggiore dalla retorica “socialista” dei documenti ufficiali.
Una conferma empirica della logica dell’autovalorizzazione del capitale e dell’esistenza di gruppi separati di proprietari all’interno della burocrazia è fornita dall’accademico Yaremenko:
«In quel periodo il PCUS aveva già cessato di essere un’autorità assoluta. […] I grandi ministeri, gli enti – tutti questi mostri amministrativi – avvertirono la propria indipendenza dal PCUS. Mi riferisco anzitutto all’esercito, all’industria militare, in parte al KGB, poi al Consiglio dei ministri […]. In questo elenco va menzionato in particolare il commercio, che corruppe molti piani del potere e, insieme a essi, formò un proprio super-ente. […]* L’Agroprom […] ricordava una persona che viene costantemente penalizzata a tavola comune, e tutti i tentativi dell’Agroprom di conquistarsi qualche diritto non ebbero successo.*
Tutte queste strutture si strappavano a vicenda le risorse disponibili nel paese, ma comunque non ne avevano mai abbastanza, poiché possedevano colossali programmi ad alta intensità di risorse, molto spesso non collegati ad alcun problema reale. L’economia, come l’esercito, era semplicemente uno spazio per l’espansione delle strutture burocratiche dell’uno o dell’altro mostro amministrativo. In questo senso la loro crescita assunse tratti quasi irrazionali, diventando un mezzo di autoriproduzione burocratica […] essi aspiravano ad avere più fabbriche, più investimenti».43
Ciò non è altro che una pura brama capitalistica di accumulazione per l’accumulazione.
Lo stesso decantato metodo della pianificazione centralizzata nell’URSS era un feticcio. Come indicava Wassily Leontief, i tentativi degli economisti occidentali di svelare il segreto scientifico della “pianificazione sovietica” fallirono, perché «un simile metodo, in realtà, non è mai esistito». Il sistema pianificato dell’URSS ricordava a Leontief «un cavallo parlante: non è sorprendente ciò di cui parla, ma il fatto stesso che sappia parlare».
E il punto non è nemmeno che il famigerato “metodo dei bilanci” non contenesse alcun algoritmo matematico ed economico in grado di collegare scientificamente domanda e offerta di milioni di merci. Il punto essenziale è che il basso livello di produttività, e soprattutto l’assenza di una reale socializzazione della produzione, rendevano la pianificazione in linea di principio impossibile. Ogni modifica nel piano mandava in frantumi tutte le catene produttive, per cui in pratica «l’aggiustamento finale si realizza con il metodo informale del tentativo ed errore nel corso del lavoro quotidiano diretto»44. La stessa economia politica “sovietica” ufficiale, chiamata a mascherare questo caos del capitalismo, secondo l’acuta osservazione dello stesso Leontief, «restava […], in sostanza, sterile», essendo «un monumento ingombrante, impassibile e incrollabile a Marx, sorvegliato da una moltitudine di custodi, ai cui piedi di tanto in tanto vengono rinnovati fiori freschi, e davanti al quale sfilano interminabili file di persone permeate di senso del dovere»45.
Il mito del “rigido finanziamento in natura” delle risorse nell’URSS si infrange contro il fatto del dominio degli indicatori di valore. La distribuzione dei mezzi di produzione avveniva anzitutto attraverso il denaro, mentre gli indicatori in natura svolgevano soltanto un ruolo ausiliario – esattamente come avviene nel capitalismo. La logica marxista è ferrea: l’autentica socializzazione della produzione esclude i rapporti mercantili-monetari, poiché a un’economia unica non di mercato il denaro non serve. Il mantenimento delle valutazioni di valore dimostra in modo incontrovertibile che le imprese restavano produttori di merci separati. Di conseguenza, il “piano sovietico” non superava l’anarchia del mercato, non aboliva il carattere mercantile della struttura, ma funzionava pienamente nelle condizioni del mercato.
I rapporti mercantili-monetari irrompevano spontaneamente perfino nel santuario del sistema amministrativo. Getty, basandosi sui rapporti della Commissione di controllo di partito, riporta un fatto sorprendente: il sistema del baratto commerciale avviluppò il lavoro del potere fino al punto che «gli affari si concludevano perfino nei buffet del comitato regionale di partito di Vinnica»46.
La legge del valore agisce come una cieca legge di natura:
«il carattere di valore dei prodotti del lavoro si consolida soltanto attraverso la loro attuazione come grandezze di valore. Le grandezze di valore variano continuamente, indipendentemente dalla volontà, della prescienza, e dall’azione dei permutanti, pei quali il loro proprio movimento sociale assume la forma d’un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il proprio controllo. Occorre che ci sia una produzione di merci completamente sviluppata, prima che dall’esperienza stessa nasca la cognizione scientifica che i lavori privati – compiuti indipendentemente l’uno dall’altro, ma dipendenti l’uno dall’altro da ogni parte come articolazioni naturali spontanee della divisione sociale del lavoro – vengono continuamente ridotti alla loro misura socialmente proporzionale, perché nei rapporti di scambio dei loro prodotti, casuali e sempre oscillanti, trionfa con la forza, come legge naturale regolatrice, il tempo di lavoro socialmente necessario per la loro produzione, così come per esempio trionfa con la forza la legge della gravità, quando la casa ci capitombola sulla testa» (K. Marx, “Il Capitale”, Libro I, cap. I).47
L’illusione della pianificazione totale si infrangeva contro la pratica: il sistema degli “organi di pianificazione” era organicamente integrato dall’istituto sommerso, ma di massa, dei tolkači (procacciatori). I direttori delle fabbriche inviavano regolarmente spedizionieri con denaro non contabilizzato (“casse nere”) o merci di baratto ad altre imprese, per scambiare materie prime e macchinari in violazione delle direttive del Gossnab. Questa pratica è una delle numerose, ma preziose proprio per la loro evidenza, prove empiriche del fatto che i mezzi di produzione nell’URSS circolavano come merci classiche. Là dove non era possibile far quadrare il bilancio, i produttori separati ripristinavano le proporzioni di scambio attraverso il mercato reale.
Il capitale sommerso: l’irruzione della legge del valore
Il sistema capitalistico dell’URSS, obbedendo alla cieca legge della produzione fine a se stessa, sovraccumulò mezzi nell’industria pesante (Sezione I, secondo Marx), reprimendo duramente la sfera del consumo di massa (Sezione II). «L’industria civile, – osserva Yaremenko, –* iniziò il proprio sviluppo fittizio in uno spazio di risorse vuoto […]. La finzione si manifestava in piani fittizi, in rapporti fittizi*».48
La legge del valore irrompeva spontaneamente là dove il saggio di profitto era più elevato – nei beni di largo consumo scarsi. L’economia sommersa (la cui dimensione, secondo le stime del Goskomstat, raggiunse nel 1990 i 100 miliardi di rubli) non è una deviazione criminale, e tanto meno il risultato di una banale disattenzione della “milizia” o di mancanze dell’OBChSS (Reparto per la lotta contro il furto della proprietà socialista e la speculazione). Era un elemento strutturale necessario, per quanto deforme, del capitalismo arretrato. Avendo concentrato capitali giganteschi nella produzione di mezzi di produzione, la macchina statale, poco agile, non riusciva organicamente a soddisfare il mercato con beni di consumo. Il settore sommerso compensava oggettivamente questa carenza strutturale, permeando organicamente la struttura del sistema capitalistico. Della sua esistenza sapevano tutti. Il già noto Yaremenko__ __constata:
«L’economia sommersa esisteva sia nel commercio, sia nella produzione, sia nell’approvvigionamento».49
La proprietà “di tutto il popolo” fungeva da comodo involucro giuridico. Il caso di Nikolaj Pavlenko, che negli anni 1940-1950 creò una grande corporazione edile sotto l’insegna di un’unità militare, dimostrò che una struttura statale può fungere da paravento per l’estrazione di profitto da parte di un singolo proprietario privato. Pavlenko stipulava contratti, assumeva operai, estraeva plusvalore e distribuiva dividendi, inserendosi perfettamente nell’economia dello stalinismo.
La natura di questa simbiosi fu svelata già nel 1927 da Jurij Larin, nell’opera “Il capitale privato nell’URSS”. Larin dimostrò empiricamente che l’apparato statale dell’URSS, nei primi anni della NEP, divenne esso stesso un incubatore della borghesia: attraverso il sistema dei contratti “di agenzia”, i fondi statali confluivano in tasche private. L’essenza di questi contratti (la cosiddetta commissionatura) consisteva nel fatto che i trust e i sindacati statali, poco agili, non disponendo di una propria rete flessibile di vendita al dettaglio e di approvvigionamento delle materie prime, assumevano affaristi privati (nepmen) come propri rappresentanti ufficiali e approvvigionatori. Nella pratica ciò assumeva due forme principali:
In primo luogo, nella sfera della vendita. I monopoli statali (ad esempio il Sindacato tessile o il Sindacato del cuoio) affidavano a un privato beni industriali scarsi a credito, per la vendita. Agendo sotto l’insegna di “agente del trust statale”, il privato riceveva la merce a prezzi all’ingrosso fissi, ma la vendeva sul territorio a prezzi speculativi gonfiati. Restituendo allo Stato soltanto il valore base della partita, l’agente intascava la parte del leone del sovraprofitto. In sostanza, il privato commerciava merce statale, servendosi dello stesso credito statale.
In secondo luogo, nella sfera degli approvvigionamenti. Lo Stato erogava al privato intermediario enormi anticipi in denaro per l’acquisto dai contadini di grano, lino, pellicce o pelli grezze per le esigenze dell’industria. Servendosi del denaro pubblico come capitale infruttifero, un simile agente acquistava a basso prezzo la materia prima, ne consegnava alle imprese statali soltanto una parte (spesso di qualità peggiore), per chiudere formalmente l’anticipo, mentre la parte migliore la immetteva nel circuito speculativo del libero mercato, oppure la rivendeva alle stesse fabbriche statali attraverso una catena di “false cooperative”.
Così, come dimostrò efficacemente Larin, il tipico nepman grossista spesso non possedeva affatto un proprio capitale iniziale e non rischiava il proprio denaro. Egli parassitava sui prestiti statali infruttiferi e sui crediti in natura, trasformando le stesse istituzioni dello Stato in una mucca da mungere per estrarre plusvalore e per l’accumulazione capitalistica personale.
Larin documentò in modo convincente che già allora un enorme strato di capitalisti effettivi si formava al di fuori del partito al potere. Possedendo capitale monetario e commerciale, agendo come affittuari, appaltatori o dirigenti di società miste, questi affaristi non erano nemmeno iscritti al PCR(b), ma disponevano realmente del plusvalore. In quel periodo, fino al 30 % dei lavoratori salariati nell’URSS lavorava per privati. Nel periodo della NEP il capitale privato controllava oltre il 50 % del commercio al dettaglio e più del 20 % di quello all’ingrosso. Era il risultato conseguente della produzione mercantile: essa genera inevitabilmente capitale nelle condizioni in cui tra i rami produttivi non esiste un legame diretto di consumo, e lo Stato non è in grado di costruirlo artificialmente.
Questa tendenza al funzionamento del capitale, indipendente dalla tessera di partito, non scomparve nemmeno nei periodi successivi. Le funzioni di capitale personificato venivano assunte in misura sempre maggiore dai direttori delle basi commerciali, dai responsabili di reparti industriali e di artel’ (cooperative). Esempi eclatanti sono i milionari clandestini degli anni Sessanta: dal curatore delle fabbriche di maglieria in Kirghizistan Sigfrid Gazenfranc e il suo socio Isaak Zinger, fino al celebre direttore del gastronomo Eliseevskij, Jurij Sokolov. Costoro gestivano capitali milionari, estraevano plusvalore, investivano fondi nella riproduzione allargata e conducevano una lotta concorrenziale. Ancora più significativi sono i “paradisi fiscali interni” degli anni 1960-1980. I sindacati sommersi utilizzavano i combinati di formazione-produzione della Società panunionale dei sordomuti, che godevano di agevolazioni fiscali. I disabili uditivi divennero oggetto di uno sfruttamento classico estremo. Su attrezzature statali si produceva merce non contabilizzata. I soci occulti si dividevano il plusvalore, mentre i dirigenti ufficiali delle fabbriche e i rappresentanti dell’apparato repressivo ricevevano una rendita fissa per la copertura.
La storica Marianna Ževakina, nel suo studio sui cechoviki dell’URSS, descrive in modo evidente la natura duplice di questo sistema: pur restando ufficialmente un’impresa statale, la fabbrica “socialista” fungeva soltanto da copertura e da infrastruttura gratuita (edifici, materie prime, macchinari) per il funzionamento di una «ditta privata segreta». Questi capitalisti clandestini si autodefinivano direttamente «soci» o «compartecipanti» (acquirenti di quote). Essi investivano capitale personale e si appropriavano della parte del leone del plusvalore – del lavoro non pagato degli operai. In questo modo, la dirigenza ufficiale dell’impresa (direttore, contabile, capo tecnico) si trasformava in banali rentier. Essi ricevevano dai cechoviki una rendita mensile fissa per il silenzio e per la messa a disposizione delle capacità statali, che gli stessi affaristi definivano cinicamente «tariffa fissa» o «stipendio». Molti di questi capitalisti sommersi restavano deliberatamente senza tessera di partito, preferendo figurare come semplici maestri o operai, mentre i formali dirigenti di partito si trovavano a loro carico. Funzionando secondo le rigide leggi del mercato capitalistico, queste imprese illegali attraversavano i classici cicli di concentrazione e centralizzazione del capitale: subivano fusioni (per soffocare la concorrenza), ristrutturazioni e scissioni di reparti. E le controversie commerciali sulla ripartizione del plusvalore le risolvevano attraverso l’istituto di tribunali arbitrali informali.50
Il “padrone” giuridico, nella persona dello Stato, si trovò in una diretta subordinazione economica rispetto al proprietario effettivo del capitale.
Crisi sistemica e legalizzazione del capitale
L’URSS non crollò per il “tradimento” della nomenklatura, ma sotto il peso di contraddizioni di struttura insolubili, alla cui base stava l’arretratezza economica e la bassa produttività del lavoro da essa causata.
Per il marxismo, la questione della produttività non è puramente tecnica – essa è il criterio fondamentale della legittimità storica di ogni modo di produzione. Nel terzo libro del “Capitale” (capitolo XV), Karl Marx indicava categoricamente che il compito storico e la giustificazione del capitale consistono precisamente nello sviluppo senza precedenti delle forze produttive del lavoro sociale: «è appunto mediante tale sviluppo che inconsciamente esso crea le condizioni materiali di una forma più elevata di produzione»51. Il capitalismo ha diritto storico all’esistenza soltanto finché è in grado di rivoluzionare la struttura e di elevare la produttività. Se un determinato sistema politico non è in grado di svolgere questo ruolo, esso è oggettivamente condannato.
L’economia dell’URSS, sviluppandosi secondo le leggi della produzione mercantile, si scontrò con la classica tendenza capitalistica descritta da Marx: la crescita della composizione organica del capitale (c/v, dove c è il capitale costante e v il capitale variabile) e la caduta inarrestabile del saggio di profitto. I dati empirici della storia economica sono impietosi: l’URSS non riuscì ad assicurare una produttività del capitale superiore a quella dell’Occidente.
In primo luogo, verso gli anni Settanta il modello estensivo di accumulazione si era esaurito: la risorsa demografica delle campagne si era prosciugata, il che portò a una caduta del saggio di profitto. Lo Stato aveva esaurito l’esercito industriale di riserva. Ne troviamo conferma nell’osservatore attento Yaremenko:
«Man mano che si esauriva il potente afflusso di manodopera nell’industria proveniente dal settore agricolo, cominciavamo a vivere sempre più a spese delle risorse di lavoro delle città – a spese di persone che, arrivate dal villaggio, erano passate attraverso il “limit”52».53
In secondo luogo, avendo perso la possibilità di attrarre in modo estensivo nuovo lavoro vivo (v), il sistema tentò di compensare ciò con colossali afflussi di capitale costante (c) – costruzione di nuove fabbriche, produzione di una gigantesca quantità di macchinari ed estrazione di materie prime. Ciò portò tuttavia a un crollo catastrofico della resa dei capitali fissi. Secondo i dati dell’annuario statistico ufficiale del Goskomstat “L’economia nazionale dell’URSS negli ultimi 70 anni” (1987), la produzione per unità di valore dei capitali fissi produttivi (capitale fisso) nella “sfera della produzione sociale” calava rapidamente: assumendo come 100 % l’indicatore del 1970, esso scese al 74 % nel 1980 e crollò al 64 % nel 1986. Secondo i calcoli del macroeconomista G. Chanin, esposti nella sua opera “La dinamica dello sviluppo economico dell’URSS” (1991), il quadro reale era ancora più desolante: la resa dei capitali fissi calava costantemente a partire dalla fine degli anni Cinquanta, riducendosi in media del 3 % all’anno nel periodo della stagnazione. Il capitale diveniva inesorabilmente “più pesante”: la crescita del valore dei capitali fissi produttivi (lavoro morto) superava di molte volte la crescita del reddito nazionale (valore di nuova creazione). Lo Stato doveva anticipare quantità sempre maggiori di mezzi di produzione semplicemente per impedire il crollo definitivo dei tassi di crescita. Si tratta di una classica crisi di sovraccumulazione di capitale, in cui la massa accumulata di lavoro morto si svaluta a causa dell’incapacità di estrarre una massa sufficiente di plusvalore per sostenere il saggio di profitto.
In terzo luogo, l’inserimento dell’URSS nel mercato capitalistico mondiale (la dipendenza dall’esportazione di petrolio e dall’importazione di tecnologie) la rese indifesa di fronte alla crisi globale.
In definitiva, fu proprio il mercato mondiale, in quanto supremo arbitro della legge del valore, a emettere l’implacabile sentenza economica sul sistema “sovietico”, incapace di produrre ricchezza astratta con la stessa efficienza del capitale occidentale.
Qui è importante sfatare il mito della propaganda borghese e di alcuni “marxisti” (che in ciò vedono una previsione di Trockij avveratasi), secondo cui la cosiddetta “transizione al mercato” sarebbe stata provocata dal desiderio consapevole della nomenklatura di legalizzare i propri capitali. In primo luogo, questa aspirazione soggettiva non era affatto condivisa da tutti i suoi rappresentanti: lo dimostrano gli appelli al “socialismo” al XXVIII congresso del PCUS, il conflitto tra centro e regioni e il putsch di agosto del 1991. In secondo luogo – ed è ciò che conta di più – i desideri soggettivi di chicchessia non erano né potevano in linea di principio essere la causa oggettiva determinante del passaggio del sistema a una forma apertamente borghese.
L’assenza di documenti con timbro ufficiale non impediva affatto all’alta burocrazia di disporre delle risorse statali come proprie personali. Essa disponeva di colossali fondi su conti bancari, aveva accesso illimitato agli spacci speciali riservati, agli immobili di pregio e ad altri beni materiali, e senza alcun titolo giuridico assicurava ai propri figli un futuro lussuoso. I figli della nomenklatura “sovietica” – la cosiddetta “gioventù dorata” – occupavano posti di riguardo nelle strutture del Ministero del commercio estero, nel corpo diplomatico e nelle rappresentanze all’estero, ottenendo accesso diretto ai flussi valutari e a un tenore di consumo occidentale.
Soltanto rendendosi conto del vicolo cieco storico del sistema (a causa della caduta del saggio di profitto e del crollo della produttività del capitale), e avvertendo la minaccia di perdere questo controllo effettivo in condizioni di crisi, la nomenklatura, ormai definitivamente fusa con il settore sommerso, diede avvio alla Perestrojka.
I processi degli anni Novanta furono una ridistribuzione e privatizzazione del capitale già accumulato e altamente concentrato. Le fazioni dell’apparato statale e del settore sommerso approfittarono semplicemente dell’occasione propizia per gettare via la finzione del “socialismo” e assicurarsi giuridicamente i mezzi di produzione.
La continuità di classe di questo processo è assoluta. Arch Getty constata direttamente:
«Nel corso del processo di privatizzazione, i legami personali contarono più che mai prima […]. La cosa più facile toccò a coloro che, in epoca sovietica, avevano lavorato nell’élite della nomenklatura e semplicemente mantennero i rapporti con gli ex colleghi. Il Partito comunista sovietico è scomparso, ma la nomenklatura è sopravvissuta».54
Dopo il crollo dell’URSS questo sistema di gestione del capitale non è affatto scomparso, ha semplicemente messo a nudo la propria struttura:
«I clan non sono più legati esclusivamente alla nomenclatura di partito, essi esistono all’interno dell’amministrazione finanziario-bancaria, industriale e di una moltitudine di altre forze che evidentemente non hanno rapporto con lo Stato, oppure le abbracciano parzialmente. La loro composizione appare più fluida e mutevole, poiché i membri del clan possono associarsi alle reti e lasciarle con maggiore libertà».55
Questa transizione è stata accompagnata da una colossale distruzione delle forze produttive (la chiusura in massa delle fabbriche). Dal punto di vista dell’economia politica marxista, la distruzione fisica del capitale sovraaccumulato e divenuto eccedente costituisce il classico e oggettivo meccanismo di risoluzione della crisi capitalistica: l’eliminazione del fardello di un capitale costante non redditizio al fine di ripristinare il saggio di profitto.
È in questo medesimo contesto prettamente politico-economico che occorre esaminare anche la “parata dei sovranismi”. Dietro la facciata dei “movimenti di liberazione nazionale” e dei “fronti popolari” si celava il diretto separatismo economico delle frazioni regionali della borghesia. Le “élite” repubblicane miravano a spezzare il legame istituzionale con il centro unionale esclusivamente per garantirsi il monopolio assoluto sulle risorse locali.
Quello che la pubblicistica borghese definisce pudicamente “dilagare della criminalità” degli anni ’90 è stato, in realtà, la sanguinosa fase di redistribuzione del capitale. Quando è iniziata la spartizione fisica delle forze produttive (come i porti e i complessi siderurgici), l’apparato repressivo unitario dello Stato si è frammentato in distaccamenti salariali al servizio delle diverse frazioni della borghesia. Il fenomeno della “protezione in divisa” (kryša), nel quale ufficiali di carriera dei servizi segreti agivano come mandanti per l’assassinio dei concorrenti, dimostra plasticamente la tesi marxista: l’apparato giudiziario e poliziesco è una macchina di violenza negli interessi del capitale. I boss criminali e i colonnelli della “milizia” giocavano lo stesso ruolo storico: fondevano i frammenti dispersi del capitale “sovietico” in un nuovo monopolio privato-oligarchico.
Il compito storico del proletariato
La forma-merce stessa del prodotto nell’URSS contiene in sé la risposta alla domanda sulla sua natura. Come ha scritto Marx nel “Capitale”, «soltanto l’espressione comune delle merci in denaro ha condotto alla fissazione del loro carattere di valore. Ma proprio questa forma finita – la forma di denaro – del mondo delle merci vela materialmente, invece di svelarlo, il carattere sociale dei lavori privati, e quindi i rapporti sociali dei lavoratori privati»56.
Il superamento di questo antagonismo di classe non è possibile per mezzo di una semplice nazionalizzazione o di colpi di Stato politici. Esso esige l’abolizione della produzione mercantile stessa e il passaggio al lavoro direttamente sociale, il che escluderà per sempre la trasformazione del prodotto in valore e capitale.
Il compito reale del movimento comunista è l’abolizione della proprietà privata. Sfatare i miti *del falso socialismo *non è una lotta contro i fantasmi del passato, bensì l’affilamento dell’arma teorica per le future battaglie per il comunismo. Soltanto attraverso la ricostituzione del partito comunista mondiale del proletariato, l’abbattimento dello Stato borghese, l’instaurazione di una autentica dittatura del proletariato (poggiata sul sistema dei consigli operai), la reale socializzazione dei mezzi di produzione sulla base di un piano universale e il conferimento al lavoro di un carattere associato, sarà possibile spezzare il meccanismo di autovalorizzazione del capitale e dare inizio alla vera storia dell’umanità.
Giugno 2026.
Footnotes
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- V. I. Lenin, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, vol. 1, p. 128.
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- Lev Trockij, La rivoluzione tradita, Milano, Mondadori, 1990, p. 222.
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- Ivi. P. 10.
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- Ivi. P. 232.
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- Friedrich Engels, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, 1880, Sezione III, disponibile su Marxists Internet Archive, https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1880/evoluzione/3.htm
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- Lev Trockij, La rivoluzione tradita, Milano, Mondadori, 1990, p. 269.
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- Marx K. – Engels F. Scritti. Edizioni Lotta comunista. V. 3. P. 102
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- Karl Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, 1852, Cap. I, disponibile su Marxists Internet Archive, https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1852/brumaio/cap1.htm
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- Direzione centrale di contabilità economico-nazionale.
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- Getty Arch. Praktika stalinizma: Bol’sheviki, bojare i neumerajuščaja tradicija. M.: Političeskaja ènciklopedija, 2016. S. 8. (Arch Getty. La pratica dello stalinismo: Bolscevichi, boiardi e una tradizione che non muore. Mosca: Enciclopedia Politica, 2016. P. 8) [traduzione nostra dal russo].
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- Ibidem. P. 94.
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- V. I. Lenin, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, vol. 33, p. 253-254.
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- V. I. Lenin, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, vol. 33, p. 261.
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- Ivi. P. 262.
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- Certamente, in ogni singolo paese vi erano specifiche ragioni che hanno ritardato la formazione del fattore soggettivo rivoluzionario. Negli Stati Uniti, le colossali risorse interne, l’assenza di retaggi feudali e il flusso migratorio hanno creato una potentissima illusione materiale di mobilità sociale, frammentando la classe. In Germania, il bisogno oggettivo della lotta legale ha generato una gigantesca macchina di sindacati e frazioni parlamentari, che col tempo si è dotata di propri interessi materiali ed è cointeressata con lo Stato. Il tardivo colpo organizzativo e la rottura dei rivoluzionari con gli opportunisti sono stati dettati dal fatto che la Luxemburg e Liebknecht hanno dovuto contrastare non solo le idee di Bernstein e Kautsky, ma anche la colossale forza materiale dell’apparato riformista all’interno dello stesso movimento operaio. Il ritardo nella formazione di un autentico avanguardia rivoluzionaria in Italia non è stato una coincidenza o semplicemente il risultato dell’esitazione dei leader del PSI. Esso è profondamente radicato nella disomogeneità strutturale del capitalismo italiano, nella frattura storica tra il Nord in rapida industrializzazione e il Sud agrario e semifeudale. Questa oggettiva duplicità ha permesso alla borghesia settentrionale di alimentare il riformismo (nella persona di Turati e della burocrazia sindacale), strutturando un solido apparato di compromesso di classe, mentre il Sud rimaneva nella morsa della miseria e del clientelismo. È stata precisamente questa frammentazione economica a nutrire la paralisi politica dei massimalisti, i quali coprivano l’inerzia con altisonanti frasi rivoluzionarie. Di conseguenza, al momento del “Biennio Rosso”, quando gli operai occupavano le fabbriche, l’avanguardia politica è arrivata semplicemente in ritardo: il Partito Comunista si è formato a Livorno soltanto nel 1921, quando l’ondata rivoluzionaria oggettiva era già in riflusso, lasciando la scena storica alla reazione fascista.
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- Nel settembre 1923 i membri del gruppo furono arrestati dalla GPU, espulsi dal partito e mandati in esilio.
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- Cit. po: “Socialističeskij vestnik” (Berlin), 1923. № 3. S. 12–14. (Citato da: “Il Messaggero Socialista” (Berlino), 1923. N. 3. PP. 12–14).
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- XII Congresso del Partito Comunista Russo (bolscevico) : 17–25 aprile 1923 : stenografico. Mosca, 1968. P. 345 [traduzione nostra dal russo].
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- Inoltre, nella seconda metà degli anni ’20, era così evidente agli occhi di molti che se ne doveva fare menzione in importanti documenti pubblici del partito rivolti alle masse: ad esempio, nella relazione “Il partito e l’opposizione alla vigilia del XV Congresso del partito”, presentato da Bucharin il 26 ottobre 1927 durante una riunione dei dirigenti dell’organizzazione di Leningrado del PC(b) e pubblicato in 125.000 copie, un’intera sezione era intitolata “L’opposizione nega il carattere socialista delle nostre posizioni strategiche”.
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- Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Cap. 24, disponibile su Criticamente, https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_I-_24.htm
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- Yury Yaremenko.__ Èkonomičeskie besedy. Zapis’ S. A. Belanovskogo. M.: Centr issledovanij i statistiki nauki, 1998. S. 30. (Yury Yaremenko. __Conversazioni economiche. Trascrizione a cura di S. A. Belanovskij. Mosca: Centro per la Ricerca e la Statistica della Scienza, 1998. P. 30) [traduzione nostra dal russo].
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- Karl Marx, Lavoro salariato e capitale, 1847, disponibile su Marxists Internet Archive, https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1847/lavcap.htm
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- Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Cap. 9, disponibile su Criticamente, https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_I-_09.htm
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- Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Cap. 24, disponibile su Criticamente, https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_I-_24.htm
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- Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Cap. 23, disponibile su Criticamente, https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_I-_23.htm
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- Lev Trockij, La rivoluzione tradita, Milano, Mondadori, 1990, p. 117.
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- Gusakov A. D., Dymšic I. A. Deneznoe obraščenie i kredit SSSR. M.: Gosfinizdat, 1951. S. 12. (Gusakov A. D., Dymšic I. A. Circolazione monetaria e credito dell’URSS. Mosca: Gosfinizdat, 1951. P. 12) [traduzione nostra dal russo].
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- Lev Trockij, La rivoluzione tradita, Milano, Mondadori, 1990, p. 10.
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- Wassily Leontief. Èkonomičeskie èsse. M., 1990. S. 217–218. (Wassily Leontief. Saggi economici. Mosca, 1990. PP. 217–218) [traduzione nostra dal russo].
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- Il caso di Gorkij non era unico: nell’URSS si era formata un’intera classe di “milionari” legali. Aleksej Tolstoj (“il conte rosso”): nel 1940 il suo reddito ufficiale raggiungeva quasi 117.000 rubli all’anno. È noto il caso in cui ricevette un anticipo una tantum di 83.000 rubli per un romanzo non ancora scritto. Demyan Bedny: il principale “poeta proletario” riceveva dall’editore statale (Gosizdat) assegni di 35.000 rubli in un’unica soluzione. Sono indicative le statistiche relative all’Unione degli scrittori per il 1936: al vertice della piramide composta da circa 4.000 letterati si trovava un gruppo di 14 persone, il cui reddito mensile superava stabilmente i 10.000 rubli (pari a 120.000 all’anno).
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- Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Cap. 19, disponibile su Criticamente, http://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_I-_19.htm
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- Yury Yaremenko.__ __Èkonomičeskie besedy. Zapis’ S. A. Belanovskogo. M.: Centr issledovanij i statistiki nauki, 1998. S. 47. (Yury Yaremenko. Conversazioni economiche. Trascrizione a cura di S. A. Belanovskij. Mosca: Centro per la Ricerca e la Statistica della Scienza, 1998. P. 47) [traduzione nostra dal russo].
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- Ibidem. P 258.
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- Ibidem. P. 38.
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- Šiškin V. A. Stanovlenie vnešnej politiki poslerevoljucionnoj Rossii. M., 2002. S. 334. (Šiškin V. A. La formazione della politica estera della Russia post-rivoluzionaria. Mosca, 2002. P. 334) [traduzione nostra dal russo].
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- Karl Marx, Il Capitale, Libro II, Cap. 10, disponibile su Criticamente, https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_2/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_II-_10.htm
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- Autofinanziamento contabile d’impresa.
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- Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Cap. 1, disponibile su Criticamente, https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_I-_01.htm
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- Direzioni generali.
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- Yury Yaremenko.__ __Èkonomičeskie besedy. Zapis’ S. A. Belanovskogo. M.: Centr issledovanij i statistiki nauki, 1998. S. 37. (Yury Yaremenko. Conversazioni economiche. Trascrizione a cura di S. A. Belanovskij. Mosca: Centro per la Ricerca e la Statistica della Scienza, 1998. P. 37) [traduzione nostra dal russo].
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- Ibidem. P. 42.
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- Per realizzare il “val” (indicatore lordo), per le fabbriche era conveniente produrre merci costose ma meno laboriose (ad esempio, tende pesanti invece di vestitini per bambini, letti per adulti invece di lettini per bambini). Prodotti inutilizzati per miliardi di rubli si accumulavano come peso morto nei magazzini. I beni di consumo quotidiano (aghi, mollette, piccole stoviglie, abbigliamento per bambini) diventavano una carenza totale non per mancanza di materie prime, ma perché la loro produzione era sconveniente per la contabilità di fabbrica. I ministeri autorizzavano ufficialmente le imprese a consegnare in misura inferiore la produzione ordinata (dall’1 al 10 % rispetto al piano), mantenendo per esse il diritto ai premi se il volume monetario complessivo era stato superato. Nelle imprese dell’industria pesante, la produzione di beni di largo consumo veniva artificialmente frenata. A causa dell’elevata intensità di lavoro, essa “divorava” una parte sproporzionatamente grande del fondo salari, il che peggiorava drasticamente gli indicatori generali di redditività dell’intero combinato. Ecco come funzionava questo meccanismo: Sostituzione dell’assortimento a favore del “val” (esempio dell’associazione VPO “Sojuzpodšipnik”). Nel 1982 lo stabilimento GPZ-23 di Vologda dichiarò il completamento del piano in pezzi al 100,2 %. Tuttavia questo indicatore fu raggiunto grazie a una sovrapproduzione di 5 milioni di cuscinetti semplici, a fronte di una mancata consegna di 7 milioni di pezzi di serie complesse e laborose. Nel complesso, a livello nazionale, l’associazione consegnò 30 milioni di cuscinetti necessari in meno, pur superando il piano sia in rubli sia in quantità totale. Simulazione di carenza di materie prime (industria dell’abbigliamento). Una fabbrica di confezioni non consegnò 30.700 vestitini per bambine, adducendo la mancanza di tessuto. Un controllo rivelò che, proprio con quel tessuto, la fabbrica aveva cucito, oltre il piano, 36.400 tende e 1.700 vestiti da donna. Risultato: i costi di manodopera ridotti, i ricavi in rubli abbondantemente coperti, e il paese privato di centinaia di migliaia di capi di abbigliamento per bambini. Crescita “in rubli” a fronte di un calo fisico della produzione (stoviglie e calzature). In soli tre anni (1978-1980) la produzione fisica di stoviglie smaltate si ridusse del 17 % (il commercio non ricevette pentole e bollitori per 38 milioni di rubli), ma nei rapporti, in termini monetari, la produzione risultava cresciuta del 12 %. Analogamente, la produzione di calzature in milioni di paia scese al livello del 1972, mentre in rubli continuò a crescere costantemente. Ignorare la domanda per comodità di rendicontazione (mobili). Secondo il piano occorreva produrre 85.000 letti in ferro; si dichiarò il completamento con 85.700. Ma il superamento avvenne esclusivamente grazie a letti costosi per adulti (che si accumulavano nei magazzini), mentre i letti per bambini e adolescenti (per i quali la domanda era acuta) non furono affatto forniti ai consumatori. I beni di largo consumo come minaccia agli indicatori di stabilimento (Combinato metallurgico di Magnitogorsk). La spesa salariale per 100 rubli di prodotto realizzato era di 1 rublo nella produzione di latta bianca, e di 18 rubli nella produzione di stoviglie smaltate. I piccoli beni di largo consumo costituivano appena l’1-2 % del volume di produzione dello stabilimento, ma assorbivano fino al 10 % del fondo salari. Di conseguenza, per le imprese era conveniente realizzare il piano sui beni di largo consumo mediante secchi pesanti e grandi bacinelle, evadendo gli ordini di piccoli bollitori e padelle soltanto al 15-20 %. (Compilato sulla base di: Valovoj D.V., L’economia degli assurdi e dei paradossi: saggi-riflessioni, Mosca, Politizdat, 1991).
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- Yury Yaremenko.__ __Èkonomičeskie besedy. Zapis’ S. A. Belanovskogo. M.: Centr issledovanij i statistiki nauki, 1998. S. 26. (Yury Yaremenko. Conversazioni economiche. Trascrizione a cura di S. A. Belanovskij. Mosca: Centro per la Ricerca e la Statistica della Scienza, 1998. P. 26) [traduzione nostra dal russo].
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- Wassily Leontief.__ __Èkonomičeskie èsse. M., 1990. S. 217–218. (Leont’ev V. Saggi economici. Mosca, 1990. PP. 218–219) [traduzione nostra dal russo].
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- Ibidem. P. 216.
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- Getty Arch. Praktika stalinizma: Bol’sheviki, bojare i neumerajuščaja tradicija. M.: Političeskaja ènciklopedija, 2016. S. 198. (Arch Getty. La pratica dello stalinismo: Bolscevichi, boiardi e una tradizione che non muore. Mosca: Enciclopedia Politica, 2016. P. 198) [traduzione nostra dal russo].
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- Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Cap. 1, disponibile su Criticamente, https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_I-_01.htm
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- Yury Yaremenko.__ __Èkonomičeskie besedy. Zapis’ S. A. Belanovskogo. M.: Centr issledovanij i statistiki nauki, 1998. S. 29. (Yury Yaremenko. Conversazioni economiche. Trascrizione a cura di S. A. Belanovskij. Mosca: Centro per la Ricerca e la Statistica della Scienza, 1998. P. 29) [traduzione nostra dal russo].
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- Ibidem. P. 48.
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- Ževakina M. Sovetskie cehoviki: ètika “levych” otnošenij // Neprikosnovennyj zapas. № 5, 2020. S. 207–217. (Ževakina M. I tzechoviki sovietici: l’etica delle relazioni “informali” // Riserva inviolabile. N. 5, 2020. PP. 207–217) [traduzione nostra dal russo].
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- Karl Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. 15, disponibile su Criticamente, https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_3/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_III-_15.htm
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- Regime di residenza limitata.
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- Yury Yaremenko.__ __Èkonomičeskie besedy. Zapis’ S. A. Belanovskogo. M.: Centr issledovanij i statistiki nauki, 1998. S. 44. (Yury Yaremenko. Conversazioni economiche. Trascrizione a cura di S. A. Belanovskij. Mosca: Centro per la Ricerca e la Statistica della Scienza, 1998. P. 44) [traduzione nostra dal russo].
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- Getty Arch. Praktika stalinizma: Bol’sheviki, bojare i neumerajuščaja tradicija. M.: Političeskaja ènciklopedija, 2016. S. 280. (Arch Getty. La pratica dello stalinismo: Bolscevichi, boiardi e una tradizione che non muore. Mosca: Enciclopedia Politica, 2016. P. 280) [traduzione nostra dal russo].
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- Ibidem. P. 282-283.
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- Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Cap. 1, disponibile su Criticamente, https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_I-_01.htm