Manifesto del gruppo “Prometeo comunista”

I. Prefazione Il “Manifesto del Partito Comunista” di Karl Marx e Friedrich Engels fu il primo documento programmatico storico del partito rivoluzionario del proletariato mondiale. Proprio per il carattere programmatico del Manifesto, gli enunciati che ne costituiscono il nucleo, la sua essenza, non si riferivano direttamente all’epoca della sua pubblicazione, ma descrivevano le condizioni e fissavano gli obiettivi a lungo termine in cui avrebbe dovuto svilupparsi il movimento comunista. Il “Prometeo comunista” non è nato dal nulla: alla base della nostra attività vi è la continuità e lo sviluppo del nucleo programmatico del “Manifesto del Partito Comunista”. Marx ed Engels dichiaravano: «i comunisti possono riassumere la loro teoria in questa unica espressione: abolizione della proprietà privata». Lo sviluppo del capitalismo ha creato i presupposti oggettivi necessari per l’attuazione di questa tesi: «La moderna proprietà privata borghese è l’ultima e la più perfetta espressione di quella forma di produzione e di appropriazione dei prodotti che poggia sugli antagonismi di classe, e sullo sfruttamento degli uni per opera degli altri». Ne“L’Ideologia tedesca”, i fondatori del comunismo scientifico hanno sottolineato che alla «proprietà privata moderna corrisponde lo Stato moderno». Ne consegue che l’abolizione della proprietà privata richiede l’abolizione dello Stato. Chi dovrebbe svolgere questo compito? Nella prefazione all’edizione inglese del Manifesto del 1888, Engels, sottolineando che lui e Marx avevano sempre pensato così, dà una risposta inequivocabile: «L’emancipazione della classe operaia dev’essere opera della classe operaia stessa». E se Marx ed Engels vissero in un periodo in cui i principali fatti sociali e compiti del movimento operaio, che furono compresi nel Manifesto, erano, nella migliore delle ipotesi, in fase embrionale, noi viviamo in un’epoca in cui, per la prima volta, tutte le posizioni indicate possono essere considerate senza alcuna riserva il programma del partito comunista mondiale.

II. Il carattere della nostra epoca Con il completamento della formazione del mercato mondiale, il capitalismo ha esaurito la sua funzione storica. L’era delle rivoluzioni borghesi e della formazione dei mercati nazionali, della borghesia nazionale e degli Stati nazionali è giunta al termine. La società borghese contemporanea si trova nella fase più alta, quella imperialista, caratterizzata da una reazione su tutti i fronti. Da una fase ascendente e progressista del suo sviluppo, il capitalismo ha virato verso un inevitabile e terrificante declino, cosa che era già chiara ai marxisti rivoluzionari dell’epoca di Vladimir Lenin e Rosa Luxemburg. Nell’epoca a noi contemporanea, esso ha creato non solo gigantesche forze produttive, che costituiscono il presupposto oggettivo per il suo superamento, ma anche colossali forze distruttive, in grado di annientare l’umanità. Il compito della classe operaia, guidata dalla sua avanguardia, il partito comunista mondiale, si riduce oggi a distruggere il capitalismo, impedendogli di trascinare l’umanità intera nell’abisso con sé. Comunismo o barbarie: questa è l’alternativa. Nonostante tutte le forze del vecchio mondo non se ne rendano conto, nella profondità della società capitalista si aggira il fantasma del comunismo. Indipendentemente dalla debolezza dei comunisti odierni – espressori coscienti di un processo inconscio – sta maturando la rivoluzione comunista, che dovrà distruggere la divisione della società in classi e la proprietà privata che ne è alla base. Questo compito non può essere risolto senza che le grandi masse della classe operaia acquisiscano la coscienza comunista, e questo «può avvenire soltanto in un movimento pratico, in una rivoluzione; che quindi la rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessuna altra maniera, ma anche perché la classe che la abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il sudiciume e a diventare capace di fondare su nuove basi la società». (“L’ideologia tedesca”).

III. Il partito I pensieri dominanti di qualsiasi società classista sono quelli della classe dominante. Nella società moderna domina la borghesia, e quindi anche tra i lavoratori dipendenti prevalgono ovunque le ideologie borghesi. «Per sopprimere l’idea di proprietà privata basta del tutto il comunismo pensato. Per sopprimere la reale proprietà privata ci vuole una reale azione comunista», – affermava Marx già nei suoi “Manoscritti economico-filosofici del 1844”. Pertanto, una critica effettiva delle idee borghesi è possibile solo nell’ambito di un movimento pratico effettivo, nel corso della rivoluzione comunista. A guidare questo movimento pratico dovrebbe essere il partito comunista mondiale. Attualmente un partito del genere non esiste. Non ci consideriamo questo partito né tantomeno il suo unico embrione. Consideriamo la nostra attività come una parte del movimento pratico verso il comunismo, come una lotta per la creazione di questo partito, e il nostro manifesto solo come uno dei passi necessari verso la sua creazione. Nel 1999, sulle pagine del nostro giornale “Komsa”, abbiamo dichiarato: «Siamo pronti a collaborare con tutti coloro che, non a parole ma con i fatti, lottano per la liberazione del proletariato dal potere della borghesia; con tutti coloro che sostengono le posizioni del marxismo rivoluzionario classico, indipendentemente dall’organizzazione a cui appartengono. La nostra posizione è la stessa di sempre: oggi il proletariato non ha un proprio partito, abbiamo l’urgente necessità di crearlo. Questo è il compito pratico più immediato della nostra organizzazione». Questo compito rimane attuale anche oggi. Quanto detto sopra non contraddice il fatto che esistessero ed esistono tuttora gruppi di rivoluzionari, spesso poco numerosi, talvolta ridotti letteralmente a singole persone, che mantengono la loro fedeltà al marxismo rivoluzionario senza compromessi, garantendone la purezza scientifica e la continuità nel tempo, e in questo senso noi discendiamo da Marx ed Engels, dai bolscevichi guidati da Lenin, dall’Internazionale Comunista del periodo dei primi due congressi, dalla sinistra comunista italiana e dai gruppi comunisti russi “post-sovietici” che contrapponevano le loro idee allo pseudomarxismo, l’ideologia del falso socialismo dell’URSS, meritatamente e inevitabilmente caduta nel dimenticatoio. La ragione dell’assenza di un partito comunista mondiale non può essere spiegata se non con la mancanza delle condizioni necessarie. «Queste condizioni di vita preesistenti in cui le varie generazioni vengono a trovarsi decidono anche se la scossa rivoluzionaria periodicamente ricorrente nella storia sarà o no abbastanza forte per rovesciare la base di tutto ciò che è costituito, e qualora non vi siano questi elementi materiali per un rivolgimento totale, cioè da una parte le forze produttive esistenti, dall’altra la formazione di una massa rivoluzionaria che agisce rivoluzionariamente non solo contro alcune condizioni singole della società fino allora esistente, ma contro la stessa “produzione della vita” come è stata fino a quel momento, la “attività totale” su cui questa si fondava, allora è del tutto indifferente, per lo sviluppo pratico, se l’idea di questo rivolgimento sia già stata espressa mille volte: come dimostra la storia del comunismo» (“L’ideologia tedesca”). Nello stesso testo, i fondatori del comunismo scientifico scrivono: «La diversa configurazione della vita materiale è naturalmente dipende, volta per volta, dai bisogni già sviluppati, e tanto la produzione quanto il soddisfacimento di questi bisogni sono essi stessi un processo storico». All’interno della classe dei lavoratori salariati deve maturare e svilupparsi la necessità di realizzare la rivoluzione comunista. Il nostro compito è quello di contribuire a questo. L’ambiente in cui si svolge il processo di maturazione della coscienza comunista non si limita ai rapporti economici tra capitalista e proletario, cioè ai rapporti nel processo di produzione e di appropriazione del plusvalore. Questo processo abbraccia l’insieme dei rapporti nell’ambito della formazione economica sociale capitalistica. Lo sviluppo della coscienza comunista avviene «non tanto in virtù dell’origine economica» dei lavoratori salariati, «quanto nel corso della lotta di classe», che è sempre una lotta politica. Con questa tesi, nel 1999 abbiamo tracciato una linea di demarcazione tra noi e i sostenitori delle tendenze operaiste ed economiciste. Quindi, c’è una classe «che deve sopportare tutti i pesi della società», e questo la mette inevitabilmente in netto contrasto con la classe borghese al potere; oggi questa classe «forma la maggioranza di tutti i membri della società», e da essa «prende le mosse la coscienza della necessità di una rivoluzione che vada al fondo, la coscienza comunista», ma tutto ciò è solo una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la rivoluzione comunista. Lo sviluppo dei lavoratori salariati da individui casuali a espressori consapevoli di un processo inconscio «procede per vie naturali», «non è subordinato a un piano complessivo di individui liberamente associati», questo sviluppo avviene «assai lentamente», «i diversi gradi e interessi non vengono mai completamente superati». I comunisti possono solo conferire a questo processo un carattere più pianificato e organizzato.

IV. Il metodo Il fondamento teorico del partito comunista mondiale è il marxismo. David Ryazanov nella sua storia dell’Unione dei comunisti scriveva: «Marx ed Engels trovarono finalmente una sintesi tra “politica” e socialismo e allo stesso tempo la risposta alla domanda su come unire il movimento operaio e il socialismo, che fino ad allora avevano seguito strade diverse. Si è scoperto che il socialismo o il comunismo è la forma più alta del movimento operaio, […], che il comunismo può essere realizzato solo dal movimento operaio, che l’unica classe che può e deve, per la sua posizione, assumersi la realizzazione del comunismo è il proletariato. Da ciò derivava naturalmente il compito di portare nella lotta di classe del proletariato la consapevolezza dei suoi obiettivi e di organizzare il proletariato in un partito politico specifico. Non estraniamento dai compiti della contemporaneità, non desiderio di rifugiarsi in una cella settaria, ma intervento in tutti i fenomeni della vita sociale, studio attento della realtà e partecipazione attiva in tutti i settori della vita sociale!». Questo fu detto in un’epoca in cui la borghesia non aveva ancora risolto tutti i compiti storici che le stavano davanti, l’epoca delle rivoluzioni borghesi di cui il culmine fu la Rivoluzione d’Ottobre in Russia.

V. Destini storici del capitalismo Tutta la storia scritta della società umana giunta fino a noi è la storia della lotta di classe. Sono trascorsi più di cinquecento anni dai primi grandi moti di schiavi alla caduta del sistema schiavista. Il periodo storico iniziato con le prime grandi rivolte contadine antifeudali e conclusosi con l’affermazione mondiale del capitalismo copre anch’esso più di cinquecento anni. Le prime grandi rivolte del protoproletariato (apprendisti di gilde, plebei cittadini, operai manifatturieri) risalgono al periodo di transizione dal Medioevo all’età moderna. Nel 1378 a Firenze scoppiò la rivolta dei ciompi, lavoratori non qualificati delle manifatture di tessuti. La rivoluzione borghese inglese diede origine ai movimenti di carattere proletario dei levellari e dei digger. La rivoluzione industriale della fine del XVIII – inizio del XIX secolo fu accompagnata da movimenti che possono già essere definiti vere e proprie rivolte operaie contro le condizioni di lavoro capitalistiche: il movimento dei luddisti (Inghilterra, inizio del XIX secolo), la rivolta dei tessitori di Lione (Francia, 1831 e 1834). In questo modo, il movimento pratico verso il comunismo si sviluppa nel tempo e nello spazio, attraversando diverse fasi, risolvendo diversi compiti correlati, superando diversi ostacoli. Non sappiamo quanto tempo ci vorrà ancora prima che la proprietà privata venga abolita, ma sappiamo per certo che le teorie che prevedono il crollo “automatico” del capitalismo o ne indicano i limiti “oggettivi” concreti sono antiscientifiche. Tali sono le teorie del crollo del capitalismo a causa del calo critico del tasso di profitto o dell’esaurimento dell’accerchiamento non capitalistico. Allo stesso tempo, lo sviluppo del capitalismo non solo frena lo sviluppo delle forze produttive, ma sempre più spesso le distrugge in catastrofiche crisi di sovrapproduzione, acutizzando la lotta per i mercati e la spartizione del mondo tra gli Stati imperialisti. Nel fuoco di queste crisi e guerre, il capitalismo si “ringiovanisce”, come la mitica fenice, aprendo nuovi cicli di accumulazione del capitale. Il proletariato non ha altra via per la liberazione se non quella di distruggere il modo di produzione capitalistico.

VI. La diffusione del marxismo Lo sviluppo e la diffusione del marxismo avvengono anche nello spazio e nel tempo: dall’Europa continentale si diffonde nel Regno Unito; insieme ai migranti europei penetra nel Nord America; grazie agli studenti che hanno studiato nelle università europee e ai viaggiatori provenienti da famiglie aristocratiche, gli uomini di punta della Russia entrano in contatto con le opere di Marx; più tardi le idee del comunismo scientifico si diffondono anche in Asia. Lenin collegava la diffusione del marxismo a tre periodi principali della storia mondiale: «1) dalla rivoluzione del 1848 alla Comune di Parigi (1871); 2) dalla Comune di Parigi alla rivoluzione russa (1905); 3) dalla rivoluzione russa […]». Il primo periodo durò 23 anni, il secondo 34, mentre il terzo, iniziato con la prima rivoluzione russa, al momento della scrittura dell’articolo di Lenin non era ancora terminato.

  1. Primo periodo Il primo periodo è il momento in cui il socialismo si è fatto strada dall’utopia alla scienza. Partito come una delle «numerosissime frazioni o correnti del socialismo», il marxismo si fece strada attraverso «l’incomprensione della base materialistica del movimento storico, l’incapacità di discernere la funzione e l’importanza di ciascuna delle classi della società capitalistica, dissimulazione della natura borghese delle riforme democratiche con frasi pseudosocialiste sul “popolo”, la “giustizia”, il “diritto”». Alla fine di questo periodo, a cui risalgono le rivoluzioni borghesi europee del 1848 e la Comune di Parigi del 1871, «nascono partiti proletari autonomi: la Prima Internazionale (1864-1872) e la socialdemocrazia tedesca». Il culmine dell’epoca delle rivoluzioni borghesi e allo stesso tempo il prologo delle rivoluzioni proletarie furono la Comune di Parigi e la prima rivoluzione russa (1905-1907). Nella Comune di Parigi, come scrisse Marx, il proletariato scoprì la forma politica storica ricercata, grazie alla quale la classe dei lavoratori salariati poteva realizzare la propria liberazione economica. La Comune di Parigi divenne il prototipo della dittatura del proletariato, un semi-Stato che era chiamato non solo a conquistare, ma anche a distruggere la vecchia macchina statale borghese. Nella prima rivoluzione russa il proletariato era guidato dal partito marxista, mentre i Soviet creati dalla stessa classe dei lavoratori salariati rappresentavano lo sviluppo e la continuazione di quella forma politica storica che era stata la Comune di Parigi. Questa forma sarà poi realizzata sia nella Rivoluzione del 1917 in Russia, sia nelle Rivoluzioni del 1918-1919 in Germania e Ungheria.
  2. Secondo periodo Il secondo periodo «si distingue dal primo per il suo carattere “pacifico”, per l’assenza di rivoluzioni. L’Occidente ha terminato le rivoluzioni borghesi. L’Oriente non è ancora maturo per esse». I «partiti socialisti proletari per la loro base» che stanno nascendo nei paesi dell’Europa occidentale «imparano a servirsi del parlamentarismo borghese, a creare la loro stampa quotidiana, le loro istituzioni educative, i loro sindacati, le loro cooperative. La dottrina di Marx […] si diffonde in estensione». Proprio in questa fase del lungo sviluppo “pacifico” del capitalismo, «il liberalismo interiormente putrefatto, tenta di rivivere nella veste di opportunismo socialista». I revisionisti come Eduard Bernstein «predicano vilmente la “pace sociale” […], la rinuncia alla lotta di classe, ecc. L’opportunismo trova moltissimi fautori fra i deputati socialisti al parlamento, i vari funzionari del movimento operaio e gli intellettuali “simpatizzanti”». Ma proprio questi anni, che in Europa occidentale furono un periodo di sviluppo “pacifico” e graduale del capitalismo, in Oriente furono un periodo di tumultuoso sviluppo capitalistico. Questo sviluppo contraddittorio ed ineguale del capitalismo preparò «una nuova fonte delle più grandi tempeste mondiali in Asia». «Noi», scriveva Lenin, «attraversiamo precisamente l’epoca di queste tempeste e della loro “ripercussione” in Europa». Si avverò così la previsione scientifica di Marx, che il 27 settembre 1877 scriveva che «questa volta la rivoluzione inizierà in Oriente, che fino ad ora è stato una roccaforte intatta e l’esercito di riserva della controrivoluzione». Ovviamente si trattava di una rivoluzione democratico-borghese. «Dopo l’Asia, scrive Lenin, anche l’Europa si è messa in movimento, ma non alla maniera asiatica. […] Gli armamenti folli e la politica dell’imperialismo dànno all’Europa moderna una “pace sociale” che assomiglia piuttosto a un barile di dinamite». Il capitalismo è entrato nella sua fase più avanzata: la fase dell’imperialismo.
  3. Terzo periodo Il significato storico mondiale del terzo periodo di diffusione del marxismo risiede innanzitutto nel fatto che esso ha reso il proletariato la forza motrice anche delle rivoluzioni borghesi e, cosa più importante, ha dato inizio alle rivoluzioni comuniste proletarie. L’evento principale di significato storico mondiale di questo periodo è stata la Rivoluzione d’Ottobre in Russia. La combinazione di due crisi – quella interna del potere del governo provvisorio borghese e quella esterna, sotto forma di una prima guerra imperialista protratta – ha portato la rivoluzione proletaria a dover risolvere contemporaneamente due compiti: completare la rivoluzione borghese all’interno del paese e aprire la strada alla rivoluzione mondiale. Il punto culminante nella risoluzione del secondo compito fu la creazione dell’Internazionale Comunista, stato maggiore della rivoluzione mondiale. La rivoluzione d’Ottobre ebbe quindi un duplice carattere: distruggendo i residui del feudalesimo, risolse i compiti che la borghesia non poteva e non voleva risolvere e allo stesso tempo cercò di aprire la strada alla rivoluzione comunista mondiale. All’assalto di Ottobre in Russia seguirono rivoluzioni in Germania, Ungheria, Finlandia e iniziò il processo di formazione dei partiti comunisti in vari paesi del mondo. Questa ondata rivoluzionaria senza precedenti fu spazzata via da una controrivoluzione di enorme potenza. Durante gli anni ‘20 e ‘30, lo stalinismo in Russia, la socialdemocrazia e poi il nazismo in Germania e il fascismo in vari paesi europei affogarono nel sangue la prima rivoluzione comunista mondiale. L’incomprensione di questa doppia natura dell’Ottobre fu una delle componenti della visione errata dei menscevichi che, partendo dal punto di vista unilaterale che l’economia russa in quel momento soffrisse non dell’influenza predominante della borghesia capitalista imperialista, ma dell’insufficiente sviluppo delle forze produttive, ritenevano che la classe operaia russa, sebbene dovesse svolgere un ruolo senza precedenti nell’organizzazione della vita economica e politica – in particolare nella “difesa” – e persino nell’ulteriore sviluppo del sistema capitalistico, non dovesse tuttavia assumere il pieno potere e tentare di costruire il socialismo, poiché ciò sarebbe stato prematuro. Al proletariato era assegnato il ruolo di spingere in una direzione progressista la borghesia russa, l’unica classe che, secondo i menscevichi, era in grado di guidare la risoluzione delle questioni economiche e politiche urgenti. Come scrisse nel 1917, già dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi, Julij Martov: «[Cercare di] imporre il socialismo in un paese economicamente e culturalmente arretrato è una utopia senza senso». In questa visione mancano due componenti fondamentali di una strategia rivoluzionaria veramente scientifica: in primo luogo, il fatto empirico che, al momento dell’inizio dell’era delle rivoluzioni in Russia, la borghesia dei principali paesi capitalisti era diventata completamente controrivoluzionaria, cioè incapace di svolgere un ruolo guida nella rivoluzione borghese, pronta a tradire gli interessi del suo miglior alleato nella lotta contro il feudalesimo: il contadinato. Da questo fatto si doveva trarre l’unica conclusione corretta per la tattica del proletariato: era necessario attirare come alleato il contadinato, che si trovava sotto il doppio giogo (del feudalesimo e del capitalismo), sfruttando il lato razionale della sua dualità, piuttosto che quello superstizioso, il suo futuro e non il suo passato (è proprio questo il pensiero espresso da Engels in “La questione contadina in Francia e in Germania”). Marx ed Engels, a differenza dei menscevichi, riuscirono a includere questo punto fondamentale nella strategia del proletariato. Nell’opera “Rivoluzione e controrivoluzione in Germania”, Engels ha presentato un’analisi della rivoluzione tedesca (1848-1849) basata su un ampio materiale fattuale e ha sviluppato le tesi espresse da lui e da Marx già al tempo della rivoluzione stessa: il leitmotiv dell’analisi – l’incapacità della borghesia liberale tedesca di svolgere un ruolo guida nella rivoluzione borghese. Marx ed Engels espressero più volte in formule concise l’ipotetica configurazione delle forze favorevole al proletariato: «[solo con il sostegno dei contadini] la rivoluzione proletaria ottiene il coro, senza di cui il suo assolo, in tutte le nazioni contadine, diventa il canto funebre», oppure: «The whole thing in Germany dipenderà dalla possibilità to back the Proletarian revolution by some second edition of the Peasant’s war. Allora la cosa riuscirà ottimamente». Tuttavia, a metà del XIX secolo, le condizioni si configurarono in una combinazione sfavorevole al proletariato e, secondo i classici, proprio il fatto che la controrivoluzione borghese, e non il proletariato rivoluzionario, riuscì a trascinare con sé le masse contadine fu la causa principale del fatto che le rivoluzioni della Primavera dei popoli del 1848-1849 non furono radicali, non furono portate a termine nemmeno in senso borghese, per non parlare dell’apertura di prospettive per la realizzazione della strategia comunista internazionalista del proletariato. Ma tali condizioni si verificarono mezzo secolo dopo in Russia, e non approfittarne sarebbe stato nient’altro che un tradimento della classe da parte del partito che pretendeva di rappresentarne gli interessi. In secondo luogo, i menscevichi non capivano che la lotta di ogni gruppo nazionale del proletariato doveva essere vista come subordinata agli interessi della classe mondiale nel suo insieme. I bolscevichi hanno lasciato alle generazioni successive di combattenti rivoluzionari un’esperienza inestimabile: il proletariato ha creato per la prima volta un quartier generale funzionante della rivoluzione mondiale, ha unito per la prima volta – nella realtà, non nelle dichiarazioni o nei desideri morali – i vari gruppi della classe in tutto il mondo, ha reso per la prima volta la classe operaia soggetto delle relazioni internazionali. Ma tutto questo non sarebbe potuto accadere se i lavoratori russi avessero seguito i menscevichi e rinunciato volontariamente a prendere il potere. Ma la sconfitta della prima rivoluzione comunista mondiale non può essere una confutazione della correttezza del marxismo, così come non può confutare la logica dello sviluppo storico della società. La fine del terzo periodo può essere convenzionalmente considerata il 1925, quando, a seguito dei risultati della XIV conferenza del RCP(b), fu sancito il passaggio dal corso verso la rivoluzione comunista mondiale al corso verso la costruzione del socialismo in un singolo Paese. Gli ultimi sussulti di questo periodo furono la guerra civile in Spagna del 1936-1939. La seconda guerra mondiale imperialista che seguì fu accompagnata solo da sporadiche azioni autonome del proletariato, limitate per forza e significato, in cui il ruolo centrale fu svolto da coloro che avevano partecipato all’ondata rivoluzionaria del 1917-1923 e alla successiva lotta contro la controrivoluzione borghese. L’ondata controrivoluzionaria e i decenni di dominio borghese che l’hanno seguita hanno generato non solo i mostri della reazione capitalista, ma anche molte delle ideologie più o meno influenti del falso socialismo: stalinismo, maoismo, castrismo, guevarismo, juche, chavismo e altre. Tutte queste ideologie nacquero a loro tempo come ideologie borghesi dello “sviluppo di rincorsa”, chiamate ad accompagnare la centralizzazione e l’accelerazione dello sviluppo capitalistico dei rispettivi paesi arretrati, e attualmente hanno occupato il posto che meritano ai margini del cimitero delle molteplici ideologie borghesi, da cui attingono le loro “idee” le più disparate fazioni della borghesia. Un’altra componente di queste ideologie, che le avvicina, ad esempio, al populismo russo, erano gli elementi del socialismo utopistico, chiamati a coinvolgere le grandi masse nella costruzione del capitalismo, che avveniva nella realtà, e a nasconderlo dietro frasi sulla mitica “costruzione del socialismo”. Parallelamente, si conservavano frammenti della rivoluzione della seconda metà degli anni 1910 e dell’inizio degli anni 1920: correnti proletarie che cercavano di difendere il marxismo in condizioni di repressione generalizzata. Ma non riuscirono a ritirarsi in modo organizzato, a conservare i rari quadri, a fornire un’analisi scientifica delle battaglie sociali in corso e future e a creare un nucleo che potesse diventare il successore del partito mondiale del proletariato. Alla fine si sono trovati in un vicolo cieco. La più nota di queste correnti è il trotskismo, che attualmente non ha nemmeno una teoria unitaria e si è degradato al livello di ideologie piccolo-borghesi che non vanno oltre le esigenze nazionali o le alleanze interclassiste. Sebbene non mettiamo in dubbio l’atteggiamento soggettivamente rivoluzionario di Lev Trockij e i suoi meriti nei confronti della classe proletaria, l’onestà scientifica impone di riconoscere che i semi del trotskismo contemporaneo sono stati piantati dagli errori teorici e politici dello stesso Trockij. Tuttavia, esistevano anche correnti proletarie, soprattutto in Italia, che riuscirono almeno a mantenere viva la tradizione marxista e a preparare il terreno per le future generazioni di rivoluzionari. Il loro risultato più importante fu principalmente l’analisi corretta della natura socio-economica di Stati simili all’URSS stalinista: Stati borghesi che nascono dalla base dell’economia capitalista.
  4. Quarto (attuale) periodo Le condizioni odierne differiscono notevolmente da quelle osservate dai classici del marxismo, che individuavano la seguente logica dello sviluppo sociale: i rapidi ritmi dello sviluppo capitalistico erano accompagnati da un forte inasprimento delle contraddizioni di classe, la situazione delle masse proletarie diventava sempre più insostenibile e questo generava una crescita della lotta di classe spontanea. Ai marxisti allora non restava che fondere il movimento operaio e il socialismo. Oggi assistiamo a un rapido sviluppo capitalistico, accompagnato dalla crescita della produzione industriale, dal declino della classe contadina e dalla migrazione della popolazione verso le città, in Asia sud-orientale e in Africa, ma anche lì questo processo è già terminato o sta rallentando. Non c’è sicuramente da aspettarsi una crescita della lotta di classe spontanea dei lavoratori salariati nelle metropoli imperialistiche sviluppate nel prossimo futuro. Le condizioni attuali in tutti gli Stati imperialisti sviluppati sono simili a quelle osservate già nella seconda metà del XIX secolo nei paesi all’avanguardia dello sviluppo capitalistico, come l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Già nel 1907 Lenin ne aveva dato una caratterizzazione esauriente. Il proletariato prova «di non avere quasi nessuna indipendenza politica. L’arena politica di questi paesi, data l’assenza quasi assoluta di compiti storici democratici borghesi, era completamente occupata da borghesia trionfante e soddisfatta di sé, la quale nell’arte di ingannare, subornare e corrompere gli operai non ha pari al mondo». Oggi si assiste a una stratificazione dei lavoratori dipendenti più complessa rispetto al capitalismo del XIX e dell’inizio del XX secolo; nei paesi del capitalismo sviluppato essa è accompagnata da un aumento del parassitismo e dell’aristocrazia operaia, dalla diffusione di strati proprietari di lavoratori dipendenti e di famiglie con più fonti di reddito; la produttività relativamente elevata del lavoro fa sì che nelle imprese industriali vi siano contemporaneamente molti meno lavoratori rispetto all’epoca precedente; si assiste a un avvicinamento dei livelli di reddito dei lavoratori dipendenti e delle classi intermedie, mentre il sistema dei trasporti e il patrimonio immobiliare più sviluppati attenuano (ma non eliminano) la divisione dei quartieri residenziali in “operaio” e borghese; la produzione, la diffusione e il consumo dell’ideologia dominante hanno assunto forme più sviluppate (social network, streaming, Internet in generale); l’imperialismo ha creato uno Stato “sociale” sviluppato. Proprio questo spiega l’assenza di un movimento operaio di massa e l’estrema debolezza della minoranza rivoluzionaria nei centri di sviluppo imperialista (alla cui classe operaia spetta il compito storico di svolgere un ruolo chiave nella rivoluzione comunista), il che rende impossibile, nel breve e medio termine, la prospettiva di una rivoluzione comunista vittoriosa. Allo stesso tempo, in tutto il mondo si è sostanzialmente conclusa l’accumulazione iniziale di capitale (cioè la separazione del produttore diretto dai mezzi di produzione) nell’ultimo settore in cui poteva ancora avvenire, quello agricolo. Nella seconda metà del XX secolo si è conclusa la decomposizione della classe contadina. Oggi non esiste più come classe dell’era precapitalistica su una scala che abbia un significato mondiale. La rivoluzione agraria è terminata. La produzione agricola è diventata uno dei settori dell’economia capitalistica. L’era delle rivoluzioni borghesi è finita, e con essa sono passati alla storia le guerre di liberazione nazionale e i movimenti anticolonialisti. Tutto ciò ha privato i comunisti della possibilità di integrare la rivolta proletaria con un’altra edizione della guerra contadina o con un movimento di liberazione nazionale. La classe moderna dei lavoratori salariati dovrà realizzare la rivoluzione comunista mondiale in condizioni storiche nuove e senza precedenti. Allo stesso tempo, per la prima volta nella storia, dovrà realizzare un programma comunista illimitato e non ostacolato da nulla: il programma di distruzione della proprietà privata. La realizzazione di questo programma aprirà la strada dalla forma più alta e ultima della produzione mercantile – il capitalismo – al lavoro organizzato in modo comunista, cioè direttamente sociale, che esclude la possibilità di trasformare il prodotto del lavoro sociale in merce. L’abolizione della proprietà privata implica l’abolizione della produzione mercantile in quanto tale. E qui vale la pena notare due aspetti importanti che derivano dall’analisi scientifica del capitalismo effettuata dal marxismo: 1) a questo obiettivo non conducono misure volte ad attenuare singole manifestazioni negative attraverso la nazionalizzazione, la regolamentazione statale e l’eliminazione dei “fallimenti” del mercato, l’espansione dello “Stato sociale” e così via; 2) tra la produzione mercantile, cioè capitalistica, e quella pianificata, cioè comunista, non può esistere alcun sistema economico “intermedio”, alcuna “terza via”. Dato che nella società moderna esiste un legame sociale permanente, e non casuale, su una base anarchica di produzione, che si manifesta superficialmente nella diffusione onnipresente del denaro, qualsiasi modo di produzione che mantenga questo carattere anarchico e mercantile della base e, di conseguenza, il denaro, sarà descritto dalla teoria di Marx, cioè sarà capitalistico – semplicemente per definizione, indipendentemente dal nome che gli verrà dato nelle successive “nuove” o vecchie mentre ideologiche: “socialismo reale”, “monocapitalismo”, “totalitarismo”, “capitalismo di Stato”, “collettivismo burocratico”, “modo di produzione neoasiatico”, “nuovo feudalesimo” e così via. Come ha dimostrato Lenin nella polemica con Kautsky e Bucharin, è impossibile un capitalismo ipotetico in cui rimarrebbe un solo capitalista collettivo nella forma di una società statale o privata che avrebbe definitivamente soppresso la concorrenza delle altre frazioni. Tutte le moderne forme politiche sono completamente consolidate e perfettamente adeguate al modo di produzione esistente. Le differenze tra i partiti di “destra” e di “sinistra”, così come tra i regimi “democratici” e “dittatoriali”, sono di natura privata e puramente cosmetica. Il parlamento (come gli altri organi rappresentativi) è un relitto disfunzionale anche per la borghesia, poiché la lotta tra le sue frazioni e l’adozione delle decisioni fondamentali avvengono negli organi dell’esecutivo e del potere monetario. Il proletariato non ne ha bisogno, poiché non può nemmeno svolgere il ruolo di tribuna della nostra classe. Non era così nell’epoca delle rivoluzioni borghesi, che lottavano contro i residui medievali. Allora i comunisti sostenevano la lotta per la democrazia borghese, poiché essa creava le condizioni per un accelerato sviluppo capitalistico, quindi era una tappa necessaria e inevitabile sulla via del pieno dispiegarsi della lotta del proletariato su un terreno moderno, cioè capitalistico. Solo la partecipazione del proletariato a questa lotta poteva conferirle un carattere più coerente e completo, nonché accelerarne notevolmente il raggiungimento dei risultati. La nostra epoca pone per la prima volta al proletariato e al suo partito comunista mondiale il compito di realizzare solo i propri obiettivi puramente comunisti. Pertanto, il partito comunista non può entrare in alcun blocco interclassista, coalizione elettorale, alleanza interpartitica, comitato di coordinamento e simili. Ma abbiamo sempre accolto e continueremo ad accogliere i transfughi della classe borghese che intraprendono la via della rivoluzione comunista mondiale. Essi seguono l’unica via giusta: quella di Marx, Engels e Lenin.

VII. Il capitalismo causa la guerre La merce è la cellula economica della società capitalista. Da questa cellula derivano inevitabilmente tutte le sue caratteristiche intrinseche: la concorrenza con ogni mezzo possibile, la povertà e la massima manifestazione delle contraddizioni del capitalismo, ovvero le guerre imperialistiche mondiali. Pertanto, lo stesso sviluppo del modo di produzione capitalistico genera costantemente le condizioni per le guerre. Di conseguenza, l’unico modo per porre fine alle guerre è l’abolizione della proprietà privata. Già ne “L’ideologia tedesca” Marx ed Engels scrivevano: «La grande industria universalizzò la concorrenza […], stabilì i mezzi di comunicazione e il mercato mondiale moderno […]. In generale essa creò dappertutto gli stessi rapporti fra le classi della società e in tal modo distrusse l’individualità particolare delle singole nazionalità. E infine, mentre la borghesia di ciascuna nazione conserva ancora interessi nazionali particolari, la grande industria creò una classe che ha il medesimo interesse in tutte le nazioni e per la quale la nazionalità è già annullata, una classe che è realmente liberata da tutto il vecchio mondo e in pari tempo si oppone ad esso». Al momento attuale, il modo di produzione capitalistico ha davvero conquistato l’intero globo, quindi se già Marx ed Engels crearono l’Unione dei Comunisti come organizzazione internazionale, nelle attuali condizioni di concorrenza universale i marxisti hanno il dovere di considerarsi l’avanguardia proletaria mondiale, altrimenti sono condannati al localismo e alla limitatezza o, peggio ancora, a diventare uno strumento di una delle frazioni della borghesia, che persegue sempre determinati interessi limitati al livello nazionale, inadeguati all’epoca moderna.

VIII. La natura delle guerre dell’epoca attuale Il marxismo ha sempre considerato la nascita delle nazioni come una conseguenza dell’affermazione del capitalismo e dell’eliminazione del feudalesimo, ovvero prima dell’inizio dell’era capitalista le nazioni, nel senso scientifico del termine, non esistevano. Nel Medioevo, ogni Stato era costituito da numerosi cantoni e regioni autonome con i propri posti di dogana, che spesso parlavano anche lingue diverse. Si trattava di unità economicamente indipendenti, il cui legame con il potere statale era piuttosto debole. Il capitalismo, che ha distrutto i legami medievali tra comunità, corporazioni, arti e simili, ha sostituito questi legami con altri, stabiliti dal mercato nell’ambito dell’economia mercantile. Sono proprio questi legami che sono diventati il tessuto connettivo della nazione. In una delle sue più importanti opere “Sul diritto di autodecisione delle nazioni” (1914) Lenin scriveva: «In tutto il mondo, il periodo della vittoria definitiva del capitalismo sul feudalesimo fu connesso con movimenti nazionali. La base economica di questi movimenti sta nel fatto che per la vittoria completa della produzione mercantile è necessaria la conquista del mercato interno da parte della borghesia, l’unificazione politica dei territori la cui popolazione parla la stessa lingua, la soppressione di tutti gli ostacoli che si frappongono allo sviluppo di questa lingua e al suo fissarsi nella letteratura. La lingua è il mezzo più importante di comunicazione tra gli uomini; l’unità della lingua e il suo libero sviluppo costituiscono una delle premesse più importanti per una circolazione delle merci realmente libera e vasta, che corrisponda al capitalismo moderno, per un raggruppamento – libero vasto – della popolazione in classi diverse, ed è infine la condizione per collegare strettamente il mercato con ogni padrone o piccolo padrone, con ogni venditore e compratore. Ecco perché ogni movimento nazionale tende (aspira) a costituire uno Stato nazionale che meglio corrisponda a queste esigenze del capitalismo moderno. Spingono a ciò i fattori economici più profondi ecco perché in tutta l’Europa occidentale – o, meglio, in tutto il mondo civile – lo Stato nazionale è lo Stato tipico e normale del periodo capitalistico. Di conseguenza, se vogliamo comprendere il significato dell’autodecisione delle nazioni, senza trastullarci con le definizioni giuridiche, senza “fabbricare” definizioni astratte, ma analizzando i fattori storici ed economici dei movimenti nazionali, arriveremo di necessità a concludere che per autodecisione delle nazioni s’intende la loro separazione statale dalle collettività straniere, s’intende la creazione di uno Stato nazionale indipendente». A causa dello sviluppo ineguale del capitalismo, è emersa una particolare sottocategoria della questione nazionale: la questione coloniale. La sua essenza consisteva nel fatto che i paesi la cui borghesia aveva sostanzialmente completato l’eliminazione dei residui precapitalistici nella propria patria, diventavano metropoli e proteggevano con tutte le loro forze questi stessi residui nei paesi dipendenti, le colonie. Allora i comunisti si trovarono di fronte al compito di sostenere una parte dei movimenti borghesi-democratici nei paesi arretrati, perché la loro vittoria accelerava lo sviluppo del capitalismo e, di conseguenza, avvicinava la fase successiva delle rivoluzioni proletarie in tutto il mondo. Tuttavia, ciò non riguardava tutti i movimenti democratico-borghesi, ma solo quelli nazional-rivoluzionari. Già al II Congresso dell’Internazionale Comunista, tenutosi nel 1920, Lenin osservò: «Non c’è il minimo dubbio che ogni movimento nazionale non può che essere democratico borghese, perché la massa fondamentale della popolazione dei paesi arretrati è costituita dai contadini, cioè dai rappresentanti dei rapporti borghesi capitalistici. […] se parleremo di movimento democratico borghese, cancelleremo ogni differenza tra il movimento riformistico e il movimento rivoluzionario. […] la borghesia imperialistica cerca con tutti i mezzi di trapiantare il movimento riformistico anche tra i popoli oppressi. Tra la borghesia dei paesi sfruttatori e quella dei paesi coloniali si registra un certo ravvicinamento, sicché molto spesso – e, forse, persino nella maggior parte dei casi – la borghesia dei popoli oppressi, pur sostenendo i movimenti nazionali, lotta in pari tempo d’accordo con la borghesia imperialistica, cioè insieme con essa, contro tutti i movimenti rivoluzionari e contro tutte le classi rivoluzionarie. […] noi, in quanto comunisti, dovremo sostenere e sosterremo i movimenti borghesi di liberazione nei paesi coloniali solo quando tali movimenti siano effettivamente rivoluzionari, solo quando i loro rappresentanti non ci impediscano di educare e organizzare in senso rivoluzionario i contadini e le grandi masse degli sfruttati. In assenza di tali condizioni anche nei paesi arretrati i comunisti devono lottare contro la borghesia riformistica […]». E qui occorre sottolineare un aspetto importante: con il termine “arretrati” l’Internazionale comunista intendeva i paesi con un’economia prevalentemente feudale o patriarcale e patriarcale-contadina, e non affatto i paesi con un’economia capitalista completamente formata, che erano inferiori ai paesi più avanzati solo dal punto di vista quantitativo. Oggi non esistono paesi arretrati di tale portata. Pertanto, dal punto di vista del marxismo, la questione nazionale è considerata “risolta” quando il feudalesimo nell’economia del paese è stato completamente superato e la produzione è diventata interamente mercantile. Da questo momento inizia una nuova fase storica: la lotta del proletariato per l’eliminazione di tutte le nazioni e dei confini statali, per l’unificazione dei popoli di tutto il mondo nel quadro di una nuova economia comunista. Naturalmente, questa interpretazione scientifica diverge dall’opinione popolare secondo cui la questione nazionale non è risolta fintanto che permangono conflitti tra Stati che rappresentano diverse nazioni ed etnie all’interno di uno stesso Stato, ma la realtà è che, in questo senso, la questione nazionale non può essere risolta in linea di principio nell’ambito dell’economia capitalista mondiale. Un tale approccio popolare non solo è del tutto inutile dal punto di vista teorico, ma è anche dannoso dal punto di vista pratico, poiché rende il proletario che lo adotta uno strumento cieco e privo di volontà, di cui inevitabilmente si servirà una frazione o l’altra della borghesia. L’unica protezione contro questo è la consapevolezza che le nazioni sono ormai completamente formate e che le guerre condotte da singoli gruppi della borghesia mondiale (non importa se di paesi piccoli in termini di dimensioni economiche, di paesi grandi o all’interno dei paesi stessi), sotto la copertura dell’appello alla “guerra di liberazione nazionale”, sono o direttamente e palesemente imperialistiche, o imperialistiche in senso “proxy”, quando la borghesia di una piccola nazione o di una sua parte funge solo da intermediario per il raggiungimento degli obiettivi di singole potenze imperialistiche o dei loro blocchi. Nel “Manifesto” Marx ed Engels proclamarono che i proletari non hanno patria. Ciò implicava già la necessità per il proletariato di lottare in primo luogo per i propri interessi di classe su scala mondiale: gli interessi nazionali stavano già diventando sinonimo degli interessi delle classi dominanti. Con l’avvento dell’era imperialista, il nazionalismo perse completamente ogni contenuto progressista. Come scrisse Lenin: «Se le guerre nazionali del XVIII e XIX secolo segnarono l’inizio del capitalismo, le guerre imperialiste ne indicano la fine». Non importa quale dei gruppi della borghesia abbia attaccato per primo: questo fatto particolare non cambia la cosa principale, cioè il carattere reazionario delle guerre. In queste condizioni, come diceva Lenin, la divisione tra guerre difensive e offensive diventa obsoleta. Nessuna delle parti in conflitto lotta per abbattere l’arcaico e barbaro sistema capitalista e passare alla fase successiva dell’evoluzione sociale dell’umanità, il che significa che le guerre continueranno a scoppiare ancora e ancora. L’umanità avrà la possibilità di rompere questo cerchio vizioso solo quando il proletariato darà il via alla rivoluzione mondiale: il completamento di questa guerra civile mondiale porrà fine a tutte le guerre, eliminandone la causa primaria, ovvero la produzione mercantile. Quindi, il fenomeno tipico, e non l’eccezione, nella nostra epoca imperialista è la guerra imperialista, ma il tipico non è l’unico, e nell’epoca imperialista possono esserci guerre “giuste”, “difensive”, rivoluzionarie: si tratta di guerre civili di classe, guerre contro tutte le potenze imperialiste, condotte dal proletariato per instaurare la propria dittatura, così come guerre volte a diffondere la rivoluzione in altri paesi. Pertanto, la posizione dei comunisti non ha nulla a che vedere con il pacifismo borghese, e la parola d’ordine comune dei comunisti, applicabile a qualsiasi guerra dell’attuale epoca imperialista, è il classico slogan degli spartachisti tedeschi: «Il nemico principale è in casa nostra». Tuttavia, questa parola d’ordine e la tattica di disfattismo rivoluzionario, unica corretta, che sta dietro di essa, cioè la lotta rivoluzionaria di massa del proletariato di tutti i paesi contro i “propri” governi in tutte le guerre imperialistiche, possono essere realizzate solo in presenza di un movimento di massa della classe operaia. Finché questo movimento non esiste, ogni lavoratore può contribuire alla costruzione delle fondamenta dell’edificio futuro, ovvero comprendere – e diffondere questa comprensione intorno a sé – che anche in senso puramente pratico non ha alcun senso per il proletariato sostenere la “propria” borghesia in guerra, poiché la classe dominante la utilizzerà inevitabilmente per aumentare l’oppressione nei confronti della classe sfruttata (limitazione delle libertà politiche, della libertà di parola, di riunione, di organizzazione, restrizioni quotidiane, scarico dei costi aumentati sulla popolazione, intensificazione del regime lavorativo, mobilitazione forzata), e ne trarrà vantaggio per sé (ridistribuzione dei beni, aumento della corruzione e dei propri privilegi, anche con il pretesto di rendere segrete informazioni precedentemente pubbliche, arricchimento grazie agli appalti militari e agli aiuti stranieri, aggravando ulteriormente l’enorme divario sociale già diffuso).

IX. Gli obiettivi della lotta comunista L’assimilazione della teoria marxista e dell’esperienza delle precedenti lotte di classe del proletariato è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la lotta per la creazione di un partito comunista mondiale. Viviamo in un’epoca in cui stanno maturando le condizioni per la rivoluzione comunista. La questione chiave non è quanto velocemente il capitalismo sarà superato, ma in che modo. L’attualità della via rivoluzionaria non è messa in discussione. Il problema sta nel modo in cui si svilupperà questo processo. La forza motrice della rivoluzione comunista è la classe dei lavoratori salariati, l’unica classe rivoluzionaria della nostra epoca. Il compito dei comunisti è quello di sintetizzare e sviluppare le forme che assumerà la sua lotta, orientandola verso l’abolizione della proprietà privata. A tal fine, i comunisti devono partecipare a tutte le espressioni della lotta proletaria contemporanea, per quanto parziali e limitate esse siano. Il partito comunista mondiale è in costante contatto con la classe dei lavoratori salariati. Le condizioni oggettive determinano la profondità e l’ampiezza dell’attività dell’avanguardia politica. Non bisogna dimenticare che la lotta di classe si sviluppa contemporaneamente, ma in modo non uniforme, su diversi fronti: economico, politico e teorico. Il compito principale della lotta sul fronte teorico consiste nel collegare e sintetizzare l’esperienza della lotta della classe dei lavoratori salariati nel tempo e nello spazio a livello mondiale. È necessario crescere insieme alla classe operaia, e non separatamente da essa, e tanto meno sostituendosi ad essa. Nella schema della programma del Partito Comunista Internazionalista, presentato nel settembre 1944, sono esposte tesi che conservano la loro attualità ancora oggi: «la nostra linea politica non sarà influenzata né da suggestioni idealistiche né dalle teoriche della spontaneità, ciò consentirà che la volontà di lotta del partito coincida con la volontà delle grandi masse, allorché queste esprimeranno in sintesi l’urgere di una necessità realizzatrice nel senso dell’attacco rivoluzionario per la conquista del potere. Ma non si avrà conquista seria del potere, se il partito non avrà prima conquistato l’influenza sulle grandi masse del proletariato. A questo scopo il partito così definisce i propri compiti: a) le masse non si conquistano quando e come si vuole, se condizioni obiettive non le agitano, a nulla valgono su di esse le acrobazie manovriere dei partiti che vorrebbero influenzarle e farle scattare al tocco di bacchette magiche; b) lo spirito combattivo delle masse, allorché si accende alla lotta, segna come in un diagramma il processo d’instabilità e di crisi che pervade l’apparato produttivo del capitalismo, i suoi mercati e il complesso della sua organizzazione politica. In questo momento, il partito può operare il suo inserimento nella lotta, ed esserne uno degli elementi determinanti, attrarre nella sua orbita le masse a potenziarne unitariamente le energie per indirizzarle verso il raggiungimento di determinati obiettivi; c) la riuscita di una tale manovra è possibile nella misura in cui il partito avrà saputo creare in seno alle masse organismi permanenti di propaganda, di proselitismo e di agitazione; nella misura in cui avrà saputo conquistare la fiducia, con l’aderenza costante alla vita e alle lotte del proletariato e alle sue esigenze di classe; nella misura infine in cui avrà dimostrato di non aver illuso con agitazioni intempestive e non sentite, con la ginnastica a vuoto dello sciopero per lo sciopero, o dello sciopero per fini aberranti allo spirito e agli interessi di classe». Se tutti i rappresentanti delle classi sfruttate che hanno preceduto il proletariato hanno avuto la possibilità di liberarsi dalla loro condizione di dipendenza individualmente, passando nelle file della classe dominante, da quando la storia moderna è diventata pienamente storia mondiale, la liberazione della classe sfruttata, della classe dei lavoratori salariati è diventata possibile solo «nella comunità reale», «nella loro associazione e per mezzo di essa». In altre parole, l’uscita dal capitalismo può essere il risultato esclusivamente dell’azione collettiva del proletariato mondiale. Dopo il capitalismo non ci saranno né sfruttati né sfruttatori. Nelle “Tesi su Feuerbach” Marx espone i principi fondamentali del materialismo dialettico e, tra le altre cose, sottolinea il difetto fondamentale del materialismo precedente. «La dottrina materialistica della modificazione delle circostanze e dell’educazione dimentica che le circostanze sono modificate dagli uomini e che l’educatore stesso deve essere educato. Essa è costretta quindi a separare la società in due parti, delle quali l’una è sollevata al di sopra della società». Da ciò deriva una conclusione fondamentale: «La coincidenza del variare delle circostanze dell’attività umana, o autotrasformazione, può essere concepita o compresa razionalmente solo come prassi rivoluzionaria». Solo quella che si è fusa con la teoria rivoluzionaria può essere considerata pratica rivoluzionaria. Solo questa unità di teoria e pratica costituisce il movimento comunista, in grado di superare lo stato in cui una parte della società si eleva al di sopra dell’altra.

«Proletari di tutti i paesi, unitevi!».

Gennaio 2026.