Contents
- La caduta del saggio di profitto come contraddizione originaria
- La rotazione del capitale, “l’annientamento dello spazio mediante il tempo” e le guerre commerciali
- Credito, capitale fittizio e cappio del debito
- Centralizzazione del capitale e dirigismo statale-monopolistico
- La sussunzione reale del lavoro: dalla fabbrica alla catena globale
- Sovraccumulazione e risoluzione fisica della crisi
- La frattura metabolica: l’esaurimento della natura e del lavoratore
- L’esercito di manodopera di riserva
- Alla vigilia delle guerre mondiali: tre epoche di una stessa contraddizione
- Conclusione: il regno della necessità e i compiti dell’avanguardia rivoluzionaria
Davos, gennaio 2026. In una sala affacciata sulle Alpi innevate, tra gli applausi dei presenti, viene istituito il “Consiglio della pace” – un club chiuso di investitori il cui biglietto d’ingresso, secondo voci, costa un miliardo di dollari. Allo stesso tavolo siedono rappresentanti del capitale israeliano e delle monarchie del Golfo Persico, ieri ancora in stato di guerra o sull’orlo di essa, oggi unanimemente chinati sulla mappa delle rovine mediorientali con un’unica preoccupazione: chi otterrà l’appalto per la loro ricostruzione. Nella finestra accanto, un ticker di borsa dove la capitalizzazione di Nvidia ha appena superato i cinque trilioni di dollari, mentre una riga più sotto scorre silenziosa la quotazione del petrolio, ancora non del tutto placata dopo gli attacchi missilistici contro le infrastrutture petrolifere e gassifere nell’area dello Stretto di Hormuz. Nessuno, in quella sala, trova in questa contiguità nulla di innaturale. Non un singolo battito fuori ritmo, non un’ombra di imbarazzo – i periti delle rovine lavorano con la stessa laboriosa metodicità con cui, appena ieri, calcolavano la logistica degli attacchi stessi. Julio Jurenito, quel grande maestro e provocatore, avrebbe senz’altro apprezzato questo “Consiglio della pace” per il suo giusto valore: qui non c’è soltanto cinismo, c’è la metafisica del capitale puro, per il quale non esistono “morti”, ma soltanto “oggetti di ricostruzione” e mercati di sbocco.
Come non ricordare qui la mordace osservazione di T. J. Dunning, citata da Karl Marx, sulla natura del capitale che, per un profitto del 300 %, «non ci sara nessun crimine che esso non arrischi, anche pena la forca»1. I vegliardi di Davos hanno superato questo aforisma: sono essi stessi a creare l’occasione del delitto, per poi finanziarne con un profitto del 300 % la liquidazione. Questa è l’illustrazione più eloquente di come l’imperialismo – capitalismo putrescente e parassitario – trasformi la morte stessa in un’impresa redditizia per l’oligarchia finanziaria.
Ecco qui, in un solo fotogramma, tutta l’anatomia del sistema, come se parlasse da sé – ma proprio questo mutismo esige di essere decifrato, perché è precisamente nell’apparente autoevidenza che consiste il trucco del senso comune borghese: costringere lo spettatore ad accettare questa scena come ordine naturale delle cose, e non per ciò che essa realmente è – capitale sovraccumulato in cerca di salvezza nella distruzione, per poi ricostruire con profitto le rovine da esso stesso create. Distruzione e ricostruzione qui non sono fasi che si susseguono – sono simultanee, sono un solo e medesimo atto, considerato dai due lati di uno stesso bilancio. La polvere da sparo e il cemento, il missile e l’obbligazione, escono dallo stesso eccesso sovraccumulato di valore che non trova impiego nella produzione pacifica, ed è proprio per questo che non stupisce la vicinanza tra la quotazione di un chip per il riconoscimento delle immagini e la quotazione di un barile di petrolio estratto sotto la canna di un fucile. Comprendere questa scena significa comprendere tre quarti dell’analisi che segue; tutto il resto non è che lo sviluppo di questo quadro nel sistema di categorie dell’economia politica marxista.
L’analisi della crisi strutturale del capitalismo mondiale richiede di spostare il fuoco dagli indicatori astratti del mercato azionario alla base materiale del sistema – le catene produttive e il movimento del capitale da prestito. L’economia mondiale non è mai uscita dalla “Lunga Depressione” iniziata dopo la recessione del 2008–2009: l’attuale frammentazione del commercio mondiale e l’ondata di conflitti non sono una casualità esterna, bensì il risultato conseguente di una lunga stagnazione della produttività del lavoro e di bassi tassi di accumulazione del capitale produttivo.
La borghesia dominante è costretta a constatare il crollo del vecchio modello di globalizzazione, ma lo interpreta nelle proprie categorie ideologiche di “rischio geopolitico” e “frammentazione”, non come manifestazione delle contraddizioni interne dell’accumulazione. L’economia politica borghese odierna ricorda un medico che misura scrupolosamente al paziente la temperatura, il polso e la pressione, redige rapporti dettagliati sui sintomi, ma si rifiuta ostinatamente di riconoscere che la malattia non risiede nel clima avverso né negli intrighi dei vicini di corsia, bensì nell’organismo stesso. Non è ignoranza: è necessità professionale dell’apologeta, obbligato a spiegare la crisi del sistema con qualsiasi cosa tranne il sistema stesso. Questi, per usare le parole di Lenin, «dotti commessi al servizio della classe capitalista»2, con il loro idealismo infantile, cercano di offuscare il fatto fondamentale: l’inasprimento delle contraddizioni tra le potenze non è un’anomalia né la conseguenza di una “politica errata”, bensì l’espressione conseguente della disuguaglianza dello sviluppo del capitalismo. Nella sua opera geniale “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, Lenin dimostrò con precisione matematica che la crescita di alcuni capitali nazionali e il declino relativo di altri fa inevitabilmente saltare il precedente equilibrio delle sfere d’influenza e costringe i monopoli – sempre e inevitabilmente con la forza – a operare una nuova spartizione del mondo già spartito. Compito dell’analisi marxista è mettere a nudo la contraddizione stessa nel processo di produzione del valore, che genera questa disuguaglianza, e su tale base spiegare i concreti eventi politici del momento presente. Sviluppiamo questa catena di categorie in modo sistematico – dalla contraddizione più semplice alle sue forme storico-concrete.
La caduta del saggio di profitto come contraddizione originaria
Il capitale è costretto ad accrescere incessantemente la produttività del lavoro mediante meccanizzazione e automazione, ma è proprio il lavoro vivo a restare l’unica fonte di plusvalore. Man mano che la quota di macchine, materie prime e tecnologie nel capitale cresce, mentre la massa relativa di lavoro vivo si riduce, opera la tendenza oggettiva del saggio di profitto a diminuire. Qui il capitale ripete il destino dello stregone goethiano che evoca spiriti che poi non è più in grado di placare: le forze produttive da esso create per il proprio accrescimento, nella loro crescita sfrenata, minano metodicamente il fondamento stesso della sua esistenza. Le macchine, per quanto “intelligenti” possano apparire, restano soltanto lavoro morto. Non creano nuovo valore, ma si limitano a trasferire il proprio valore sul prodotto. Quanto più il lavoro morto grava sul lavoro vivo, tanto più rapidamente si prosciuga la fonte stessa dell’autoaccrescimento del capitale.
I calcoli condotti sulla base dei Penn World Tables per i paesi del G20 offrono a questa legge una conferma empirica: dalla fine degli anni Sessanta il saggio di profitto globale è diminuito, secondo diverse stime, del 15–25 %. L’ascesa neoliberista degli ultimi decenni del XX secolo non fu che una fluttuazione temporanea prima dell’ingresso nella depressione prolungata del secolo attuale, in cui il saggio di profitto oscilla su minimi storici.
Nondimeno, i professori borghesi, come scolastici medievali, si sfregano allegramente le mani indicando i periodi di ascesa neoliberista come “confutazione” di Marx. E proprio qui siamo tenuti a dar loro battaglia sul terreno stesso della teoria marxista. Il capitale è forse in grado di abolire la tendenza alla caduta del saggio di profitto? No. Ma può forse rallentarla? Senza dubbio. Nel capitolo XIV del terzo libro del “Capitale”, Marx analizza scrupolosamente gli influssi contrastanti (controtendenze) che trasformano questa legge appunto in una tendenza. Analizziamo come il capitale si aggrappi disperatamente a questi fragili appigli di salvezza oggi, nel 2026.
In primo luogo, l’innalzamento del grado di sfruttamento del lavoro. Oggi ciò assume la forma di un controllo algoritmico totale. Milioni di lavoratori delle piattaforme, operatori dei magazzini Amazon e addetti all’etichettatura dei dati per l’IA sono privati perfino dei miseri diritti che possedeva il proletariato di fabbrica del XIX secolo. Le reti neurali non creano di per sé un grammo di valore, ma servono da strumento per una spremitura senza precedenti di plusvalore relativo e assoluto dai lavoratori, cronometrando e comprimendo ogni secondo del loro lavoro.
In secondo luogo, l’abbassamento del salario al di sotto del suo valore. La rapina inflazionistica degli ultimi anni, in cui i prezzi crescono in modo incommensurabilmente più rapido dei salari nominali, unita all’impiego del lavoro di migranti privi di diritti, impedisce fisicamente al proletariato di riprodurre la propria forza-lavoro.
In terzo luogo, l’abbassamento del costo degli elementi del capitale costante. La rapida crescita della potenza della microelettronica e l’abbassamento del costo di trasmissione dei dati riducono il valore del capitale costante (macchine e infrastrutture), compensando temporaneamente la sua crescita fisica.
In quarto luogo, il commercio estero e l’esportazione imperialistica di capitale. Il trasferimento delle produzioni verso paesi con composizione organica del capitale più bassa, dove il saggio di plusvalore è mostruosamente alto a causa delle condizioni di lavoro semischiavistiche, permette all’oligarchia finanziaria delle potenze imperialiste economicamente più sviluppate di appropriarsi gratuitamente della colossale massa di valore ivi creato e di materie prime a basso costo, attraverso il meccanismo dello scambio ineguale e del sovraprofitto monopolistico.
Sono queste controtendenze in grado di spezzare la tendenza stessa alla caduta del saggio di profitto? Rispondiamo con le parole dello stesso Marx, tratte dal III libro del “Capitale”:
«Qualora si confronti l’imponente sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale quale si presenta anche solo negli ultimi 30 anni, con la produttività di tutti i periodi precedenti, qualora soprattutto si consideri l’enorme massa di capitale fisso che in aggiunta al macchinario propriamente detto entra nel processo della produzione sociale nel suo insieme, si comprende come la difficoltà, che ha costituito finora oggetto d’indagine da parte degli economisti, di spiegare la diminuzione del saggio del profitto, venga ora sostituita dalla difficoltà opposta consistente nello spiegare le cause per cui questa diminuzione non e stata più forte o più rapida. Devono qui giocare delle influenze antagonistiche che contrastano o neutralizzano l’azione della legge generale, dandole il carattere di una semplice tendenza; motivo questo per cui la caduta del saggio generale del profitto e stata da noi chiamata una caduta tendenziale».3
Le controtendenze non abrogano affatto la contraddizione stessa: sono soltanto un palliativo, una forma della sua risoluzione temporanea e febbrile. Esse non si presentano come un ostacolo insormontabile sulla via della legge inesorabile, bensì come il suo stesso polso, come fattori immanenti del suo movimento storico. Ma l’alchimia taumaturgica del capitale non è onnipotente.
Spremendo dall’operaio le ultime energie, questa sete vampiresca di lavoro eccedente si scontra non con una qualche costante metafisica immutabile, ma con la resistenza dei nervi, dei muscoli e del sangue – con il limite fisiologico dell’organismo umano, che il proletariato difende ostinatamente nella lotta di classe quotidiana. D’altro lato, il rapace abbassamento del costo del capitale costante s’infrange contro l’esaurimento della terra stessa; il capitale, abituato, come un erede dissipatore, ad appropriarsi gratuitamente delle forze vive della natura quale dono gratuito, finisce per lasciarsi alle spalle soltanto un deserto sterile.
Quando poi queste riserve – la natura esaurita e l’operaio sfibrato – si prosciugano, la contraddizione tra il carattere sociale della produzione e l’appropriazione privata si toglie di dosso la logora maschera del “libero scambio”. Non trovando più un porto economico tranquillo, il capitale scopre le zanne: il conflitto si trasferisce inevitabilmente sull’arena della violenza politica diretta e scoperta della borghesia sul lavoro.
Sarebbe tuttavia un volgare fatalismo vedere in tutto ciò soltanto il cieco automatismo di un ingranaggio economico. La legge non fa che erigere il palcoscenico e tracciare i confini del possibile, ma è la storia che gli uomini vivi fanno. A questo l’apologeta borghese scaltro – o il candido riformista – non mancherà di obiettare: il colossale balzo della produttività del lavoro non genera forse oggi una massa gigantesca, prima inconcepibile, di plusvalore? Questa montagna di ricchezze mai vista prima non consente forse al capitale di comprare la pace col proletariato tramite generose elargizioni, previdenza sociale e nuovissimi progetti di “reddito di base incondizionato”, ripetendo esattamente il vecchio trucco della corruzione dell’“aristocrazia operaia” a spese del saccheggio nell’epoca di fioritura degli imperi coloniali?
Materialmente, fisicamente – senza dubbio sì! La base tecnologica odierna è tale che il prodotto realizzato basterebbe e avanzerebbe a porre fine per sempre al bisogno. Ma è proprio qui che si annida la contraddizione irrisolvibile del modo di produzione capitalistico: questa colossale massa di plusvalore non è libera. È incatenata a morte alla necessità di alimentare la montagna, gonfiatasi fino al cielo, di capitale costante (c) e fittizio, per trattenere in qualche modo il saggio di profitto dal crollo definitivo. La parte del leone di questa accresciuta ricchezza è inevitabilmente divorata dalle bolle speculative, dal servizio di debiti astronomici e dal militarismo.
Per questo lo spazio storico per riforme sociali progressive – per un reale innalzamento del livello di istruzione, di sanità e di mobilità sociale, come avvenne al tempo del compromesso postbellico – si è realmente chiuso. Le stesse elemosine, i sussidi e i progetti di “reddito di base” che i monopoli sono costretti a gettare dalla propria tavola non hanno nulla a che vedere col progresso sociale. Sono soltanto i costi di mantenimento della colossale armata industriale di riserva che il progresso tecnico ha scaraventato fuori dai cancelli delle fabbriche. Non è riformismo, bensì razione carceraria, carità poliziesca, il cui scopo è soltanto trattenere le masse private di futuro dalla rivolta immediata della fame e nutrire lo strato superiore dell’aristocrazia operaia per spaccare le file proletarie; nello stesso tempo la borghesia mantiene e rafforza l’apparato della dittatura e del terrore apertamente dichiarati.
Se il capitale riuscirà ad addormentare e incatenare la società con queste elemosine e con le ferree catene della reazione, oppure se il proletariato, armato di una chiara coscienza del proprio compito storico, spezzerà la dittatura stessa del capitale – questo non si deciderà sulle pagine di polverosi registri contabili, bensì nel crogiolo della lotta di classe viva e senza compromessi.
La rotazione del capitale, “l’annientamento dello spazio mediante il tempo” e le guerre commerciali
Di fronte a questa pressione, il capitale mira a compensare la diminuzione del saggio di profitto con l’aumento della sua massa – cioè con la riduzione del tempo di rotazione. Già nei Grundrisse (manoscritti economici del 1857–1859), Marx formulò questa necessità del capitale:
«Il capitale, per sua natura, tende a superare ogni ostacolo spaziale. La creazione delle condizioni fisiche dello scambio – ossia dei mezzi di trasporto e di comunicazione – diventa dunque per esso una necessita, ma in tutt’altra misura – diventa l’annullamento dello spazio per mezzo del tempo»4.
Di qui la necessità oggettiva di una rivoluzione tecnologica permanente dei trasporti e delle comunicazioni, e ogni ostacolo su questa via il capitale tende a rimuoverlo con qualunque mezzo a propria disposizione, compreso l’intervento statale diretto.
Friedrich Engels, nelle sue ultime lettere e nell’“Anti-Dühring”, dimostrò in modo brillante come il protezionismo e la corsa agli armamenti non nascano dalla cattiva volontà di alcuno, bensì dalla stessa logica del capitale nazionale che soffoca entro i propri confini. È proprio questa logica a rivelare l’attuale febbre tariffaria dell’imperialismo americano. Dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti, nel febbraio 2026, ha dichiarato illegittimi i dazi introdotti dall’amministrazione Trump in base alla legislazione economica d’emergenza, la Casa Bianca ha introdotto lo stesso giorno nuovi dazi, questa volta in base alla sezione 122 della legge sul commercio del 1974 – con un termine rigido di validità di 150 giorni, il cui conteggio scade proprio in queste settimane, richiedendo un nuovo assenso del Congresso per la proroga. Questo spettacolo vale qualsiasi commedia degli equivoci in stile Tartufo molieresco: il collegio giudicante indica compostamente al potere esecutivo il superamento dei propri poteri, ed esso, con olimpica calma, ripubblica lo stesso decreto sotto una nuova insegna, richiamandosi a un altro articolo dello stesso codice di leggi. Così si recita davanti ai nostri occhi la vecchia farsa della legalità borghese, dove il diritto non è altro che la forma in cui il monopolio riveste la propria volontà. Non a caso, parallelamente alla pressione tariffaria sulla Corea del Sud, l’Unione Europea, trovandosi anch’essa sotto pressione, ha infine firmato, nel gennaio 2026, l’accordo con il blocco sudamericano del Mercosur, in preparazione da un quarto di secolo: il timore di perdere l’accesso al mercato americano costringe il capitale a ristrutturare in modo forzato le rotte commerciali, richiudendole entro i confini di nuovi blocchi leali.
Per decenni il sistema di approvvigionamento “just in time” ha garantito ai monopoli sovraprofitti mediante la minimizzazione delle scorte di magazzino. Oggi questo meccanismo subisce un doppio guasto – tariffario e militare. La militarizzazione dello Stretto di Hormuz nel corso della guerra di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran nella primavera del 2026 ha fatto impennare i prezzi del petrolio oltre i 110 dollari al barile, e la tregua-quadro firmata il 17 giugno, pur avendo consentito di riaprire lo stretto, non ha cancellato il dato di fondo: il controllo sui colli di bottiglia logistici ristretti è diventato uno strumento militare-politico diretto. È in questa stessa chiave che va considerata la prolungata crisi della navigazione nel Mar Rosso e nel Canale di Suez, che ha costretto il capitale logistico globale a dirottare la parte del leone del flusso merci dall’Asia all’Europa aggirando l’Africa. Sul piano politico-economico ciò significa un colossale e forzoso allungamento del tempo di rotazione del capitale. I costi di nolo sono schizzati alle stelle, e poiché il capitale non si rassegna mai volontariamente alla caduta del proprio margine, esso scarica inevitabilmente il costo di questo braccio logistico allungato sulla classe operaia attraverso il rincaro dei beni finali. Ma questo colpo inflazionistico è soltanto una reazione tattica, dietro cui si cela il disfacimento strategico dell’intera architettura globale precedente. Non potendo più garantire il funzionamento ininterrotto delle arterie mondiali, i monopoli, in sostanza, seppelliscono le illusioni del “libero scambio” e procedono allo smembramento mirato del mercato unico in macroregioni separate, irte di baionette e barriere doganali. Gli analisti borghesi già calcolano scrupolosamente i costi di questa grande scissione: la frammentazione del commercio mondiale in blocchi concorrenti costerà all’economia globale, secondo le stime del FMI, il 7 % del prodotto complessivo.
Il rallentamento della rotazione del capitale colpisce inevitabilmente il saggio di profitto, e i monopoli possono compensare queste perdite con l’unico mezzo a loro disposizione – l’intensificazione dello sfruttamento del lavoro vivo. Il balzo delle aspettative inflazionistiche negli Stati Uniti dopo l’inizio della guerra con l’Iran (la Federal Reserve, nel giugno 2026, ha bruscamente innalzato la previsione d’inflazione per l’anno in corso al 3,6 % contro il precedente 2,7 %) non è causato dai salari degli operai, bensì dalla volontà dei monopoli di proteggere la massa assoluta del profitto, scaricando i costi della crisi logistica e militare sulla classe operaia mediante l’aumento dei prezzi.
L’aspirazione del capitale alla monopolizzazione dei mezzi di comunicazione e trasporto oggi si spinge oltre i confini dell’atmosfera terrestre. Lo spazio circumterrestre si è trasformato in una nuova arena di accanita concorrenza imperialistica. Il dispiegamento di costellazioni satellitari private (come Starlink) significa che le monopoli transnazionali privatizzano la logistica strategica militare e informativa, un tempo di esclusiva competenza degli Stati. Tuttavia questa privatizzazione è soltanto una forma transitoria: man mano che il controllo sull’infrastruttura orbitale diventa questione di sopravvivenza militare ed economica dello stesso capitale nazionale, gli Stati sono inevitabilmente costretti a ristabilire su di essa un controllo diretto o mediato – attraverso la regolamentazione, il sussidio, la nazionalizzazione dei nodi critici o la sottomissione militare diretta degli operatori privati (come già avviene con l’integrazione di Starlink nella logistica militare della NATO). Lo spazio diventa il banco di prova su cui si conferma la tesi di Marx: per il monopolio non esistono confini fisici – esistono soltanto i confini dell’estrazione di profitto, che esso supera con lo scatto tecnologico –, e al contempo si dimostra ciò che scrisse Engels: la concentrazione della produzione nelle mani di una cerchia sempre più ristretta di monopoli spinge necessariamente il capitalismo verso una socializzazione diretta, statale o quasi-statale, dell’infrastruttura, preparando così, contro la propria stessa volontà, le premesse materiali della propria futura espropriazione.
Credito, capitale fittizio e cappio del debito
Il credito funge da lubrificante del sistema. Marx, nel capitolo XXVII del III libro del “Capitale”, non si fermava a questo, ma indicava dialetticamente *il carattere duplice del *credito:
«Ecco i due caratteri immanenti al credito: da un lato esso sviluppa la molla della produzione capitalistica, cioè l’arricchimento mediante lo sfruttamento del lavoro altrui, fino a farla diventare il più colossale sistema di giuoco e d’imbroglio, limitando sempre piu il numero di quei pochi che sfruttano la ricchezza sociale; dall’altro lato esso costituisce la forma di transizione verso un nuovo sistema di produzione. E questo duplice carattere che fa di ognuno dei principali araldi del credito, da Law fino a Isaac Pereire, uno strano miscuglio tra il ciarlatano e il profeta»5.
Oggi, con l’aggravarsi della crisi di redditività, questo lubrificante si trasforma in carburante che gonfia le bolle di capitale fittizio.
Il debito mondiale complessivo, secondo i dati dell’Institute of International Finance, ha raggiunto nel 2026 il record di 348.000 miliardi di dollari. In condizioni di tassi elevati, il servizio di questo debito si trasforma in una pompa che risucchia valore dai paesi con composizione organica del capitale più bassa. Emblematico è anche il caso del Giappone: per decenni Tokyo ha consapevolmente perseguito l’indebolimento dello yen, mantenendo un tasso guida estremamente basso e persino negativo, come strumento di lotta alla deflazione e di sostegno alle esportazioni. Ma verso il 2026 questo indebolimento controllato è degenerato in incontrollato – lo yen è crollato a un minimo di quarant’anni, nonostante interventi valutari per decine di miliardi di dollari e un rialzo del tasso base da parte della Banca del Giappone a un massimo di 31 anni. È significativo che nemmeno queste misure abbiano arrestato la caduta: il governo è ora costretto a difendersi proprio da quel meccanismo che un tempo utilizzava consapevolmente. Ciò dimostra con evidenza la legge generale: nell’epoca del dominio del capitale fittizio sull’accumulazione reale, nessuno Stato nazionale – compresi gli esportatori un tempo esemplari – può governare a proprio piacimento il corso della valuta se dietro di esso non vi è una massa sufficiente di plusvalore; il cambio si trasforma da strumento di politica in sintomo del fardello di debito accumulato.
Il cappio del debito si stringe anche nel cuore stesso del sistema mondiale del capitale. La brusca crescita della pressione politica sulla Fed – nel gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha avviato un procedimento penale contro il precedente presidente della Fed, e il nuovo presidente, subentrato in maggio, già in giugno ha rinunciato alle tradizionali previsioni sui tassi – è manifestazione diretta del fatto che il potere monetario non può più fungere da arbitro neutrale tra le frazioni del capitale. La leggenda della banca centrale indipendente, al di sopra della mischia, è sempre stata appunto una leggenda – una comoda finzione dell’epoca di relativa stabilità; quando il terreno comincia a mancare sotto i piedi, i sacerdoti del culto monetario scoprono in fretta che il loro tempio appartiene a un proprietario ben terreno, ben interessato. Il fatto che il tasso resti fermo per quattro riunioni consecutive al 3,5–3,75 % mentre contemporaneamente viene innalzata la previsione d’inflazione è il sintomo esatto di un vicolo cieco: abbassare il tasso in condizioni di shock inflazionistico bellico significa svalutare definitivamente il debito, mentre mantenerlo significa soffocare un settore reale già stagnante.
Questo stesso cappio del debito funge da strumento di espropriazione diretta dei paesi con composizione organica del capitale più bassa. La politica dei tassi d’interesse elevati nelle vecchie metropoli imperialiste ha provocato, nel 2024–2026, una cascata di default sovrani in una serie di paesi dell’Africa e dell’Asia. Le istituzioni finanziarie dell’imperialismo (FMI e Banca Mondiale) sfruttano questa crisi per imporre un diktat: in cambio della ristrutturazione dei debiti viene imposta la privatizzazione totale di porti, acquedotti, reti elettriche. È una forma di centralizzazione forzata del capitale, in cui le monopoli transnazionali acquistano a prezzo di saldo le forze produttive materiali di intere nazioni avvinte dalle reti del capitale da prestito.
Parallelamente a ciò, il capitalismo statale-monopolistico prepara una rivoluzione nella natura stessa del denaro. L’introduzione delle valute digitali delle banche centrali (CBDC) non è un semplice perfezionamento tecnologico della circolazione, bensì il passaggio a un controllo totale sul consumo del capitale variabile. Il denaro programmabile fornisce allo Stato borghese uno strumento senza precedenti di dittatura di classe: la possibilità di sopprimere, con un semplice clic algoritmico, qualsiasi resistenza di classe. Il denaro si trasforma definitivamente da equivalente universale in un vero e proprio collare elettronico per il proletariato, segnando la fusione completa, tecnicamente compiuta, del capitale finanziario con la macchina repressiva dello Stato.
Nel modo più eclatante, il distacco del capitale fittizio dall’accumulazione materiale si vede nel boom dell’intelligenza artificiale. La capitalizzazione di mercato della sola Nvidia ha superato, entro la fine del 2025, i 5.000 miliardi di dollari, mentre parallelamente il bitcoin, a metà 2026, ha subito il peggior crollo degli ultimi quattro anni, perdendo circa un terzo del proprio valore dall’inizio dell’anno. Questa polarizzazione mostra dove precisamente confluisca il capitale eccedente in cerca di un legame, sia pure formale, con il processo reale di produzione. Ma sarebbe un errore considerare questa bolla come una semplice allucinazione degli investitori. Il capitale speculativo del settore IA funziona come una gigantesca pompa che, attraverso prezzi monopolistici, brevetti e rendita da piattaforma, risucchia il plusvalore reale prodotto da milioni di lavoratori salariati in tutto il mondo. Al riguardo, uno studio del MIT ha mostrato che il 95 % delle organizzazioni non ottiene alcun ritorno misurabile dagli investimenti multimiliardari nell’IA generativa – ci troviamo di fronte a una classica crisi di realizzazione. È il caso qui di ricordare la vecchia favola del re nudo, sebbene l’odierno analista di borsa sia assai più cinico degli eroi di Andersen – egli vede perfettamente il vuoto dei bilanci, ma è tenuto a decantarne lo splendore, pena l’immediata espulsione dal proprio “posto di lavoro”. L’illusione del “capitale che genera capitale senza la partecipazione del lavoro” raggiunge qui il proprio apogeo.
Centralizzazione del capitale e dirigismo statale-monopolistico
La concorrenza per il profitto sfuggente si conclude, come è logico, nel monopolio. L’infrastruttura dell’intelligenza artificiale è diventata, entro il 2026, proprio un simile ambito di sovracentralizzazione: investimenti multitrilionari in data center, energia e semiconduttori innalzano bruscamente la composizione organica del capitale e al tempo stesso consolidano il controllo su queste capacità nelle mani di una cerchia ristretta di corporazioni.
È significativo come la classe dominante reagisca a ogni resistenza a questa centralizzazione. Quando contro la costruzione di data center per l’intelligenza artificiale, del valore complessivo di 23,6 miliardi di dollari, negli Stati Uniti si è sviluppata una campagna di protesta locale, la stampa borghese e gli organi inquirenti hanno preferito non esaminare le rivendicazioni materiali dei manifestanti, ma hanno collegato gli organizzatori alla figura di un presunto finanziatore straniero, trasferendo immediatamente il conflitto sul piano della “sicurezza nazionale”. Questo espediente è vecchio quanto il conflitto di classe stesso: ogni volta che un diseredato protesta contro l’acqua o la terra che gli sono state sottratte, si trova un pubblicista compiacente pronto a dichiararlo agente straniero, pur di non riconoscere che quella protesta è carne della carne delle contraddizioni interne, nazionali, del tutto autoctone, del capitale.
Lo Stato difende il capitale centralizzato non soltanto con mezzi repressivo-ideologici all’interno del paese – ne organizza anche il posizionamento sulla scena mondiale, assegnando al capitale nazionale quei segmenti della catena tecnologica in cui esso è in grado di mantenere un vantaggio monopolistico. Su entrambe le sponde del Pacifico la concorrenza di mercato si intreccia sempre più strettamente con l’intervento statale, che determina il campo stesso di questa concorrenza. Le statistiche sui brevetti registrano il risultato di questo intervento – una rigida divisione del lavoro tra blocchi nazionali di capitale monopolistico: il capitale americano si concentra sui modelli generativi a più alto valore aggiunto, mentre il capitale statale-monopolistico cinese conquista la leadership laddove si tratta di controllo fisico – robotica, biometria, visione artificiale.
La stessa logica della nuova spartizione del mondo già spartito tra i blocchi del capitale finanziario si manifesta non soltanto nella divisione delle sfere di applicazione tecnologica – le lavorazioni superiori (i modelli generativi) per il capitale americano e le lavorazioni inferiori, legate al controllo fisico (robotica, biometria, visione artificiale), per il capitale statale-monopolistico cinese – ma anche nella concorrenza per il controllo sulla lavorazione dei mercati delle materie prime. Emblematico in tal senso è il finanziamento, da parte della Banca Europea, della costruzione in Kazakhstan di un impianto per la lavorazione di minerali auriferi refrattari, non suscettibili di arricchimento con metodi tradizionali: non si tratta della conquista di una nuova base di materie prime in quanto tale – il giacimento kazako è da tempo sfruttato dal capitale nazionale – bensì proprio dell’inserimento del capitale finanziario europeo in un anello della lavorazione precedentemente rimasto fuori dal suo controllo. Si consolida così quella forma classica dell’epoca dell’imperialismo dell’espansione del capitale finanziario – non attraverso la conquista diretta della fonte di materia prima, ma attraverso il controllo sulla lavorazione tecnologica del prodotto già estratto.
L’intervento dello Stato qui raggiunge il proprio limite. Esso non si presenta più come semplice arbitro, ma come capitalista nazionale complessivo, che si assume i costi infrastrutturali dei monopoli – dalla legge americana di sostegno alla produzione di chip al cluster sudcoreano dei semiconduttori. Il ritorno a una politica industriale aggressiva seppellisce definitivamente l’epoca del libero scambio e mette a nudo ciò che l’imperialismo classico ha a lungo mascherato con la retorica del mercato. Come previde Engels, la socializzazione capitalistica della produzione attraverso i trust e la proprietà statale non risolve il conflitto, ma lo porta alle sue conseguenze estreme: le forze produttive superano la forma dell’appropriazione privata in modo così evidente che lo stesso Stato borghese è costretto ad assumersi funzioni di pianificazione, indicando così al proletariato la via diretta all’espropriazione di questi meccanismi di gestione già pronti.
Tuttavia la centralizzazione del capitale a livello di infrastruttura e dirigismo statale è soltanto un lato del processo. I meccanismi di gestione già pronti, di cui parla Engels, organizzano non soltanto i mezzi di produzione, ma anche il lavoro coinvolto nel loro funzionamento – e lo organizzano ormai non entro i confini di una singola impresa o di un mercato del lavoro nazionale, bensì su scala della catena globale dell’accumulazione.
La sussunzione reale del lavoro: dalla fabbrica alla catena globale
Oggi il capitale ristruttura la base tecnica stessa della produzione – questo passaggio è appunto la sussunzione reale del lavoro al capitale, estesasi dalla fabbrica localizzata alla logistica transnazionale, all’outsourcing e all’occupazione tramite piattaforma.
Incarnazione evidente di questo mutamento sono le “fabbriche buie”, completamente automatizzate. Ma nell’ambito del concetto di lavoratore collettivo il nodo automatizzato non esclude il lavoro vivo dal sistema, bensì si fonda sul suo spietato sfruttamento in altri anelli della stessa catena – nell’estrazione delle terre rare, nell’assemblaggio dei server, nell’etichettatura dei dataset da parte di milioni di “manovali digitali” per compensi irrisori. Il filisteo illuminato, che ammirato contempla sullo schermo i prodigi dell’IA, si ostina a non voler vedere che dietro la facciata dell’algoritmo si cela lo stesso operaio descritto da Marx ed Engels nelle manifatture inglesi – salvo che ora siede davanti a un monitor tremolante nelle baraccopoli di Nairobi o Manila, bruciandosi la vista per pochi centesimi.
Lo stesso processo investe anche il lavoro intellettuale: emblematica è la brusca svalutazione del lavoro qualificato di programmatori e analisti sullo sfondo dei licenziamenti di massa nel settore IT – nel gennaio 2026 le aziende americane hanno tagliato oltre 108.000 posti di lavoro, più del doppio rispetto all’anno precedente –, così come il fenomeno dell’“AI-washing”, in cui il mercato azionario penalizza le aziende per i piani pubblici di espansione dell’organico.
Qui si manifesta con evidenza la funzione della macchina, descritta da Marx nel I libro del “Capitale”, quale potente arma bellica contro il movimento operaio. Nel 2026 l’intelligenza artificiale generativa è utilizzata dai monopoli non tanto per un reale aumento della produttività del lavoro sociale, quanto come strumento di crumiraggio diretto e di ricatto del proletariato del lavoro intellettuale (programmatori, sceneggiatori, designer). Il capitale li minaccia di sostituzione con algoritmi, per abbattere il prezzo della loro forza-lavoro e demolire le condizioni della loro assunzione, riducendo il lavoro complesso al livello di lavoro semplice. Inoltre, l’IA diventa il più potente apparato ideologico della borghesia. La produzione di massa di disinformazione automatizzata, deepfake e rumore informativo distrugge in modo mirato lo spazio stesso della verità oggettiva. La borghesia utilizza questa frammentazione totale della realtà per disorientare le masse dei lavoratori salariati, cercando di rendere impossibile la solidarietà di classe in condizioni in cui il proletariato viene artificialmente immerso nel caos di illusioni fabbricate dalla macchina propagandistica borghese.
Sovraccumulazione e risoluzione fisica della crisi
Quando il saggio di profitto cade e la massa di capitale cresce, sopraggiunge la crisi di sovraccumulazione. La crisi economica svaluta il capitale solo parzialmente; una risoluzione più radicale è rappresentata dalla guerra – la distruzione fisica diretta di capitale costante e variabile, che riduce il denominatore nella formula del profitto e apre lo spazio per un nuovo ciclo di accumulazione. È importante precisare: non esiste un passaggio diretto e automatico da questa contraddizione strutturale a una guerra concreta – essa è sempre mediata da decisioni politiche di Stati specifici.
L’istituzione, nel gennaio 2026 a Davos, del “Consiglio della pace” sotto la guida del presidente degli Stati Uniti ha riunito Israele e le monarchie del Golfo Persico attorno a un unico obiettivo: il finanziamento della ricostruzione postbellica. Difficilmente un pamphlettista del passato sarebbe riuscito a raffigurare un’allegoria più esplicita del cinismo capitalistico di quanto non lo sia la realtà di questa istituzione: i fornitori di bombe di ieri diventano gli appaltatori della ricostruzione di oggi, e le rovine lasciate dal proiettile vengono immediatamente valutate dal developer come promettente area edificabile. Masse di capitale speculativo si riversano nel vuoto così creatosi, trasformando quartieri distrutti in portafogli d’investimento ad altissima redditività. L’instabilità stessa della tregua tra Washington e Teheran dimostra che pause di questo tipo non sono che intervalli tattici prima di un nuovo giro della nuova spartizione del controllo sulle vie di circolazione del valore.
Parallelamente, la guerra in corso nell’Europa orientale dimostra la stessa logica di svalutazione del capitale in una forma più prolungata. Sono significativi anche il nervosismo delle classi dominanti del blocco occidentale alla vigilia del summit NATO e l’instabilità politica in Israele: la funzione economica della guerra e il suo costo politico sono due livelli di analisi distinti, sebbene interconnessi.
La frattura metabolica: l’esaurimento della natura e del lavoratore
La corsa al saggio di profitto esaurisce in modo predatorio entrambe le fonti di ogni ricchezza materiale – la natura e il lavoratore stesso. Nel I libro del “Capitale” Marx formula questo concetto così:
*«La produzione capitalistica *[…] sviluppa quindi la tecnica e la combinazione del processo di produzione sociale solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio»6.
E ancora:
«Con la preponderanza sempre crescente della popolazione urbana che la produzione capitalistica accumula in grandi centri, essa accumula da un lato la forza motrice storica della società, dall’altro turba il ricambio organico fra uomo e terra, ossia il ritorno alla terra degli elementi costitutivi della terra consumati dall’uomo sotto forma di mezzi alimentari e di vestiario, turba dunque l’eterna condizione naturale di una durevole fertilità del suolo. Cosi distrugge insieme la salute fisica degli operai urbani e la vita intellettuale dell’operaio rurale»7.
Secondo i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, il consumo energetico dei data center cresce del 12 % l’anno – quattro volte più rapidamente del ritmo mondiale medio. È proprio su questo sfondo che lo scontro d’interessi attorno ai cantieri dei data center negli Stati Uniti assume il proprio autentico sostrato materiale: dietro le dispute sulla “sicurezza nazionale” si cela un conflitto fisico per l’acqua e l’energia elettrica tra gli algoritmi dell’accumulazione di capitale e le condizioni di riproduzione della popolazione locale.
Manifestazione eclatante di questa frattura metabolica sono gli accordi a lungo termine stipulati dai colossi tecnologici (Microsoft, Amazon) per il riacquisto, per decenni a venire, dell’intera o quasi intera generazione elettrica di singole centrali nucleari – fino alla riattivazione della centrale nucleare dismessa di Three Mile Island (Pennsylvania) esclusivamente per i fabbisogni dei cluster IA di Microsoft. Formalmente le centrali restano nelle mani delle corporazioni energetiche, ma il loro programma produttivo è interamente subordinato alla logica del capitale che serve la potenza di calcolo: la quota di generazione di base fissata per contratto viene sottratta al bilancio energetico complessivo della regione, il che già si ripercuote sui prezzi all’ingrosso dell’elettricità per le famiglie e l’industria. Si tratta di un caso concreto, empiricamente riscontrabile, di una regolarità più generale: il lavoro sociale, oggettivato nell’infrastruttura energetica, non è subordinato alla riproduzione delle condizioni di vita della società, bensì al funzionamento ininterrotto del capitale nel suo segmento più speculativo, centrato sull’IA – proprio quello la cui capitalizzazione di mercato è in larga misura capitale fittizio, staccato dal profitto realizzato. Ai quartieri operai, in cambio, tocca la minaccia di interruzioni dell’approvvigionamento energetico e un rapido aumento delle tariffe.
Il capitale, sotto questo aspetto, resta immancabilmente fedele a se stesso: è incapace di assimilare la più semplice lezione del contadino – che il suolo da cui si trae il raccolto va di tanto in tanto restituito alla vita – e perciò, come un’insaziabile divinità antica, esige sempre nuovi sacrifici dal suolo che esso stesso dissangua, sia in senso letterale sia in senso figurato. Nella “Dialettica della natura” di Engels si dimostra che non si può dominare impunemente sulla natura come un conquistatore su un popolo straniero; la natura si vendica di ogni simile violazione delle proprie leggi con l’anarchia della produzione capitalistica.
Questa stessa frattura metabolica il capitale tenta cinicamente di trasformarla in una nuova frontiera dell’accumulazione, costruendo il cosiddetto “capitalismo verde”. Dietro il paravento della “transizione energetica”, l’imperialismo mondiale ha scatenato una corsa senza precedenti alle materie prime (litio, cobalto, rame, nichel). È in corso una nuova spartizione imperialistica delle ricchezze naturali dell’Africa e dell’America Latina. Il mostruoso sfruttamento dei minatori congolesi o dei lavoratori latinoamericani sulle saline di litio – ecco l’autentica base materiale dell’economia “pulita” delle vecchie metropoli imperialiste. Parallelamente a ciò, la borghesia coltiva nuove forme di capitale fittizio – i mercati del carbonio. Il commercio delle quote di emissione si è trasformato in una gigantesca bolla speculativa, che consente ai monopoli di acquistare indulgenze per l’inquinamento. Il capitale tenta invano di risolvere la contraddizione ecologica attraverso la mercificazione – trasformando in merce il diritto stesso di respirare, creando dalla natura vivente stessa capitale fittizio speculativo e subordinando la salvezza del pianeta alla stessa identica logica dell’estrazione del massimo profitto.
L’esercito di manodopera di riserva
Il capitale produce sistematicamente una popolazione eccedente rispetto ai propri bisogni di capitale variabile. La brusca crescita della produttività del lavoro sotto il capitalismo – anzitutto la crescita della composizione organica del capitale, che soppianta il lavoro vivo con quello meccanico – ha mutato radicalmente il modello stesso di riproduzione della popolazione, ciò che nella scienza borghese ha ricevuto il nome di transizione demografica. I paesi con composizione organica del capitale più bassa attraversano questa transizione molto prima di riuscire ad accumulare una ricchezza paragonabile a quella delle vecchie potenze industriali. Ciò colpisce con particolare durezza l’Europa orientale, dove le generazioni postbelliche che vanno in pensione non hanno nessuno a sostituirle – tanto più in condizioni in cui questa stessa parte del continente funge contemporaneamente da fronte di una guerra prolungata. Non si tratta di un errore di gestione, ma di un esito conforme a legge: i limiti fisici dello sfruttamento del materiale umano si sono esauriti su scala globale dell’accumulazione.
Alla vigilia delle guerre mondiali: tre epoche di una stessa contraddizione
I discorsi sull’avvicinarsi di una nuova guerra mondiale, che risuonano oggi regolarmente sia nella stampa borghese sia negli ambienti della sinistra comunista, richiedono non una valutazione emotiva, bensì un rigoroso confronto delle condizioni strutturali di tre epoche attraverso lo stesso prisma categoriale: composizione organica del capitale, saggio di profitto, sovraccumulazione e disuguaglianza dello sviluppo dei capitali nazionali rivali.
Alla vigilia del 1914. All’inizio del XX secolo il mercato mondiale era ormai interamente spartito territorialmente tra le potenze coloniali. La seconda rivoluzione industriale – acciaio, chimica, elettricità – innalzò bruscamente la composizione organica del capitale e generò la prima ondata di capitale realmente monopolistico, finanziario, costituito dal capitale bancario fuso con quello industriale, come scrisse Lenin. Il fatto strutturale decisivo era proprio questo: il peso economico delle singole potenze cresceva in modo disuguale, ma la nuova spartizione dei possedimenti coloniali e delle sfere d’influenza già ripartite era possibile soltanto con la forza, perché non restavano territori liberi per un’espansione pacifica. La Germania, che aveva superato la Gran Bretagna per volume di produzione industriale, restava una potenza coloniale incommensurabilmente più modesta – questo divario tra potenza economica e quota territoriale non poteva essere sanato con i negoziati. La prima ondata di globalizzazione economica di fine Ottocento era già allora accompagnata dalla crescita del protezionismo (le tariffe tedesche e americane degli anni 1880–1890), dalla corsa agli armamenti navali e da un sistema di rigide alleanze militari – una struttura, cioè, straordinariamente simile all’attuale frammentazione, ma con una differenza di principio: il mercato mondiale di allora non aveva ancora esaurito le riserve dell’espansione coloniale e semi-coloniale, e la stessa guerra fu inizialmente concepita dai suoi protagonisti come una campagna rapida, non come un logoramento totale.
In queste condizioni, la prova decisiva per il proletariato mondiale fu la posizione della sua avanguardia politica. Il crollo della II Internazionale – il “fior fiore” della socialdemocrazia europea – non fu una semplice catastrofe politica, ma l’esito conforme a legge di un decennale predominio dell’opportunismo: partiti che per decenni avevano giurato fedeltà all’internazionalismo proletario passarono, nell’agosto 1914, di colpo su posizioni di socialsciovinismo, votando compatti i crediti di guerra dei propri governi. La voce solitaria di Karl Liebknecht, insorto contro questa vergogna nel Reichstag tedesco, non fece che sottolineare la profondità del tradimento dei capi ufficiali. Karl Kautsky, quel rinnegato, tentò di coprire la vergogna con la teoria dell’“ultra-imperialismo” – una favola sul tacito accordo pacifico tra i grandi trust mondiali senza guerre. L’artiglieria sulla Marna fece a pezzi questa sciocchezza filistea in un paio di mesi. Questa vergognosa smentita dell’apologetica opportunista dimostrò definitivamente: finché il proletariato resta prigioniero di illusioni conciliatoriste, il capitale imperialista utilizzerà impunemente le forze produttive della società per la sua stessa distruzione fisica.
Alla vigilia del 1939. Qui la contraddizione si acuì in modo diverso. La crisi di sovrapproduzione del 1929 mise a nudo una sovraccumulazione di capitale per la quale la svalutazione parziale avvenuta durante la Grande Depressione risultò insufficiente: disoccupazione di massa e capacità produttive inattive persistettero per anni. Il crollo del gold standard e l’ondata di svalutazioni competitive delle valute frantumarono il mercato mondiale in blocchi valutari e commerciali chiusi, autarchici – la zona sterlina britannica, il “grande spazio economico” tedesco, la “sfera di co-prosperità” giapponese. A differenza del 1914, quando la spartizione territoriale del mondo era pressoché compiuta, nel 1939 la struttura stessa del mercato mondiale era già frantumata in blocchi protezionistici ben prima dell’inizio delle ostilità, e la regolazione statale-monopolistica – il riarmo forzato come mezzo per assorbire le capacità e la forza-lavoro eccedenti – divenne un tratto comune a tutte le grandi potenze, indipendentemente dal loro regime politico. Fu proprio in quest’epoca che si formò definitivamente il capitalismo statale-monopolistico in quanto tale: il capitale non poteva più contare sulla “mano invisibile” del mercato per la propria riproduzione ed esigeva una diretta fusione con l’apparato statale.
E di nuovo l’opportunismo, cambiata maschera, dimostrò il proprio legame indissolubile con l’apparato statale borghese: se nel Comintern staliniano il tradimento dell’internazionalismo proletario veniva mascherato dalla sofistica della “realpolitik” e dal manovrare tra i predatori imperialisti, sfociando alla fine in una vergognosa complicità nella spartizione imperialistica, la socialdemocrazia occidentale assunse a sua volta il ruolo di carceriere volontario del proletariato, sotto il pretesto della lotta al fascismo incanalando di fatto la classe operaia nell’ovile dell’“unità nazionale” al servizio degli interessi della “propria” patria imperialista – ripetendo così, in nuove scenografie storiche, esattamente il tradimento social-sciovinista del 1914.
La situazione attuale. L’odierna frammentazione del mercato mondiale è strutturalmente più vicina proprio alla vigilia del 1939 che a quella del 1914 – a questa conclusione conduce l’intera logica dell’analisi sopra esposta. Non si tratta della spartizione di territori non ancora sfruttati, bensì della disgregazione di un sistema già consolidato, profondamente integrato, di catene di approvvigionamento globali, in blocchi protezionistici: la febbre tariffaria di Washington, la firma forzata e affrettata di accordi commerciali aggirando i partner precedenti, il “friendshoring”, i regimi sanzionatori e i sistemi di controllo delle esportazioni tecnologiche – tutto ciò sono analoghi funzionali dei blocchi autarchici del periodo interbellico, costruiti però attorno a nuovi nodi dell’accumulazione: semiconduttori, terre rare, infrastruttura dell’intelligenza artificiale. Come negli anni Trenta, il dirigismo statale-monopolistico torna a essere la norma e non l’eccezione, e, come allora, il riarmo forzato (il programma europeo SAFE, la conversione dell’economia di tutta una serie di paesi in “economie di guerra”, la colossale crescita della spesa per la difesa dell’imperialismo russo) svolge la stessa duplice funzione: assorbimento del capitale eccedente attraverso la domanda statale e preparazione allo scontro militare diretto. La disuguaglianza dello sviluppo si manifesta oggi anzitutto nel divario tra il peso economico della Cina, la cui quota nella produzione industriale mondiale e nel commercio mondiale ha da tempo superato i confini assegnatile dalla precedente ripartizione dei ruoli, costruita attorno al dollaro e alle istituzioni dell’ordine postbellico, e il suo posto formale in questo sistema – strutturalmente è lo stesso tipo di contraddizione del divario tra potenza industriale della Germania e i suoi possedimenti coloniali alla vigilia del 1914, sebbene la forma storica in cui essa oggi si manifesta sia radicalmente diversa.
E quanto è ripugnantemente riconoscibile l’odierna sfilata dei “utili idioti” della borghesia, versione da sinistrina! Alcuni, ammantandosi dell’insegna dell’“antimperialismo”, benedicono qualsiasi aggressione e annessione, purché provenga da un regime capitalistico da essi decretato “progressista”. Altri, indossando la toga del pacifismo tolstoiano, versano lacrime e invocano una “pace” astratta, temendo, con le ginocchia che tremano, di pronunciare la semplice verità leninista:* l’unica via alla pace *è la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. L’opportunismo contemporaneo tenta di restare seduto tra due sedie proprio nel momento in cui la storia sposta quelle stesse sedie sull’orlo del baratro. Questa sfilata di socialsciovinisti e di apologeti sinistrini dell’imperialismo “multipolare” va smascherata senza pietà come agenzia diretta della borghesia nel movimento operaio.
È proprio questa forma diversa a esigere una particolare cautela nelle conclusioni. Tre circostanze distinguono l’attuale crisi da entrambe le epoche precedenti e non consentono di estrapolare meccanicamente lo scenario passato. In primo luogo, la presenza dell’arma nucleare in tutti i principali centri dell’accumulazione rende lo scontro militare diretto tra essi una forma di autodistruzione delle forze produttive incommensurabile, per portata distruttiva, perfino con l’esperienza delle due precedenti guerre mondiali, e ciò muta la logica stessa della reciproca deterrenza: il confronto imperialistico tra le potenze di primo piano viene già oggi spinto verso la forma di guerre regionali mediate (Europa orientale, Medio Oriente, potenzialmente l’Asia meridionale e lo Stretto di Taiwan) e verso forme ibride, non militari, di lotta – guerre tariffarie, sanzioni, attacchi informatici contro le infrastrutture – ossia forme che permettono di realizzare parzialmente la funzione della svalutazione del capitale senza uno scontro diretto tra i suoi centri nucleari. In secondo luogo, il livello di reciproco intreccio dei capitali attraverso le catene produttive e finanziarie globali è oggi incommensurabilmente più alto che nel 1914 o perfino nel 1939, il che rende una scissione completa e “pulita” del mercato mondiale in blocchi autarchici un processo più lungo e più costoso rispetto al periodo interbellico, da cui la bizzarra miscela, oggi osservabile, di escalation e persistente interdipendenza economica (la conservazione di una parte considerevole dell’interscambio anche tra blocchi formalmente ostili, perfino al culmine della pressione sanzionatoria). In terzo luogo, la composizione organica stessa del capitale mondiale è oggi incommensurabilmente più elevata che in entrambe le epoche precedenti, e i limiti ecologici planetari – l’esaurimento della capacità del ricambio organico mondiale di sostenere ulteriore pressione – impongono al processo di sovraccumulazione un vincolo che non esisteva né nel 1914 né nel 1939: la svalutazione del capitale eccedente attraverso la distruzione fisica avviene oggi su uno sfondo di base naturale della riproduzione già minata, e non più intatta.
Da questo confronto discende una conclusione non rassicurante, bensì allarmante. La pressione strutturale oggettiva – la disuguaglianza dello sviluppo delle potenze imperialiste, la sovraccumulazione del capitale, l’esaurimento delle riserve di espansione pacifica del mercato – è oggi tanto reale quanto lo era alla vigilia di entrambe le precedenti guerre mondiali, e assume forme storicamente riconoscibili: blocchi protezionistici, riarmo forzato, dirigismo statale-monopolistico. Ma anche i fattori che ne frenano la risoluzione diretta attraverso una guerra totale tra i principali centri dell’accumulazione sono reali e strutturalmente nuovi. La tendenza più probabile del periodo attuale non è dunque la ripetizione del 1914, né la riproduzione esatta del 1939, bensì un’epoca prolungata di guerre regionali e ibride in escalation, di conflitti commerciali e finanziari, ciascuno dei quali svolge parzialmente la funzione di svalutazione del capitale eccedente senza risolvere per questo la contraddizione fondamentale, lasciando aperta la possibilità di una loro successiva escalation in uno scontro diretto tra le maggiori potenze – possibilità la cui realizzazione dipende ormai non soltanto dalla logica economica del capitale, ma dal concreto rapporto di forze di classe e, in ultima analisi, dal fatto che il proletariato mondiale sappia o meno opporre a questa logica una propria forza politica internazionalista.
Conclusione: il regno della necessità e i compiti dell’avanguardia rivoluzionaria
L’analisi strutturale fornisce una cornice, ma non detta direttamente la tattica politica: il passaggio dalle contraddizioni del capitale a decisioni organizzative concrete richiede una valutazione autonoma del rapporto di forze di classe in ogni singolo paese. L’unica via d’uscita di principio da questo vicolo cieco fu formulata da Marx nel III libro del “Capitale”:
«A mano a mano che egli si sviluppa il regno delle necessita naturali si espande, perché si espandono i suoi bisogni, ma al tempo stesso si espandono le forze produttive che soddisfano questi bisogni. La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un regno della necessita. Al di la di esso comincia lo sviluppo delle capacita umane, che e fine a se stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessita. Condizione fondamentale di tutto ciò e la riduzione della giornata lavorativa»8.
Da questa prospettiva discendono anche i compiti pratici dei comunisti: la lotta contro l’economicismo, che mostri agli operai il legame tra i loro salari in svalutazione e la dittatura globale del capitale finanziario; l’organizzazione di comitati di sciopero indipendenti nei nodi logistici ed energetici, dove si è concentrata la nuova forza oggettiva del proletariato; lo smascheramento del fatto che la digitalizzazione e i conflitti locali attorno all’infrastruttura dell’IA vengono mascherati da questioni di “sicurezza nazionale”, pur essendo in realtà questioni di scontro diretto tra gli interessi del capitale e le condizioni di riproduzione della classe operaia; e, infine, l’incarnazione pratica dell’internazionalismo proletario – la costruzione di legami organizzativi reali al di sopra dei confini statali e nazionali.
I primi germogli di questa nuova resistenza già spuntano attraverso l’asfalto della dittatura corporativa. Nel 2026 assistiamo a un risveglio della coscienza di classe proprio là dove la borghesia si aspettava di trovare soltanto i suoi docili impiegati: nelle viscere degli stessi monopoli tecnologici. Le proteste degli ingegneri di Google e Amazon contro i contratti militari (come il Project Nimbus) dimostrano che il proletariato del lavoro intellettuale comincia a prendere coscienza del proprio ruolo nella creazione degli strumenti della guerra imperialista e del terrore algoritmico. Questi tentativi di sabotare dall’interno la macchina militarista del capitale – il rifiuto di scrivere codice destinato a uccidere i propri compagni di classe – segnano uno spostamento di importanza fondamentale: il passaggio dal tradunionismo corporativo alla lotta politica contro lo Stato-capitalista in quanto tale.
Ma fermarsi alla lotta scioperistica significa condannare la classe alla sconfitta. L’esperienza di un secolo fa è inesorabile: la lotta sindacale può soltanto attenuare le condizioni di vendita della forza-lavoro, ma non distruggere il sistema della schiavitù salariale. Il compito dell’avanguardia rivoluzionaria consiste nel forgiare, dai distaccamenti dispersi del proletariato, un partito politico di nuovo tipo. Il colpo principale deve essere oggi diretto contro l’opportunismo contemporaneo – proprio quegli “utili idioti” che indossano la toga del marxismo, ma di fatto invitano la classe operaia a scegliere, tra i predatori imperialisti, il “minore dei mali”.
Come un secolo fa, la storia pone al movimento operaio la domanda: siamo una classe per sé, o soltanto muta carne da cannone per borse altrui e stati maggiori altrui? La libertà non cadrà dal cielo, né sarà elargita a Davos dal “Consiglio della pace”. La risposta si forgia nello sciopero, nella disponibilità a strappare le maschere ai governi e a chiamare la guerra col suo nome, e non “operazione speciale di ripristino della stabilità”. La logica economica del capitale spinge oggettivamente il mondo verso l’abisso, ma soltanto il fattore soggettivo – la forza politica ferrea, disciplinata e internazionale del proletariato – è in grado di serrare le proprie mani attorno alla gola di questo sistema agonizzante.
Ma la risposta definitiva sarà data soltanto nel momento in cui il proletariato, armato della teoria marxista d’avanguardia, trasformerà la guerra imperialista in guerra civile. Soltanto il partito rivoluzionario, pronto a spezzare la macchina statale borghese e a instaurare la dittatura del proletariato, sarà in grado di strappare l’umanità dalla barbarie.
Luglio 2026
Footnotes
-
- Marx, K. Il Capitale. Libro I // Criticamente: – URL: https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_I-_24.htm
-
- Lenin, V. I. Materialismo ed empiriocriticismo. In Opere (Vol. 14). Marxists Internet Archive: — URL: [https://www.marxists.org/italiano/lenin/lenin-opere/lenin_opere_14.pdf](https://www.marxists.org/italiano/lenin/lenin-opere/lenin_opere_14.pdf” \t “_blank)
-
- Marx, K. Il Capitale. Libro III // Criticamente: – URL: [https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_3/Marx_Karl_-](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_14.htm” \t “_blank)[Il_Capitale](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_14.htm” \t “_blank)[-](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_14.htm” \t “_blank)[Libro_III](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_14.htm” \t “_blank)[-_14.htm](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_14.htm” \t “_blank)
-
- K. Marx, Lineamenti Fondamentali della critica dell’economia politica, a cura di E. Grillo, La Nuova Italia, Firenze, vol. I & II, 1968-1970, p. 341.
-
- Marx, K. Il Capitale. Libro III // Criticamente: – URL: [https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_3/Marx_Karl_-](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_27.htm” \t “_blank)[Il_Capitale](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_27.htm” \t “_blank)[-](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_27.htm” \t “_blank)[Libro_III](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_27.htm” \t “_blank)[-_27.htm](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_27.htm” \t “_blank)
-
- Marx, K. Il Capitale. Libro I // Criticamente: – URL:* [https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_1%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_13.htm” \t “_blank)[Il_Capitale](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_1%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_13.htm” \t “_blank)[-](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_1%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_13.htm” \t “_blank)[Libro_I](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_1%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_13.htm” \t “_blank)*[-_13.htm](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_1%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_13.htm” \t “_blank)
-
- Marx, K. Il Capitale. Libro I // Criticamente: – URL: [https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_1%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_13.htm” \t “_blank)[Il_Capitale](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_1%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_13.htm” \t “_blank)[-](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_1%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_13.htm” \t “_blank)[Libro_I](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_1%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_13.htm” \t “_blank)[-_13.htm](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_1%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_13.htm” \t “_blank)
-
- Marx, K. Il Capitale. Libro III // Criticamente: – URL:* [https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_3/Marx_Karl_-](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_48.htm” \t “_blank)[Il_Capitale](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_48.htm” \t “_blank)[-](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_48.htm” \t “_blank)[Libro_III](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_48.htm” \t “_blank)*[-_48.htm](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_48.htm” \t “_blank)