Storia

Lezioni della sconfitta: le cause oggettive dell’isolamento e della controrivoluzione

↳ La rivista «Prometeo comunista» №2 — Agosto 2026

Questo testo apre un ciclo di articoli che costituisce un breve – e certamente incompleto – schizzo storico, volto a ricostruire il concreto svolgersi della lotta di classe in Russia dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Nella prima parte analizzeremo le condizioni materiali in cui si trovò la rivoluzione isolata. In questo testo ci asteniamo deliberatamente da un’analisi teorica dettagliata delle piattaforme politiche e delle posizioni programmatiche delle parti coinvolte in questo scontro. Una simile analisi marxista a tutto campo sarà compito delle prossime pubblicazioni della nostra rivista. Per ora ci limitiamo a descrivere la realtà storica, che riflette con ineluttabile chiarezza un fatto crudo: la rivoluzione comunista mondiale, avviata nell’Ottobre 1917, trovandosi rinchiusa entro i confini nazionali di un paese arretrato, era oggettivamente condannata a una crisi durissima e alla controrivoluzione.

Contents

PARTE I. IL COLLASSO SOCIOECONOMICO

Premesse teoriche e storiche della ritirata

Rifiutandosi di riconoscere le premesse oggettive dell’Ottobre, la storiografia borghese riduce il processo storico a una serie di casualità o di complotti. Ma le azioni soggettive degli uomini hanno una propria logica oggettiva. La Russia, dopo la Rivoluzione di Febbraio del 1917, si trovò in un vicolo cieco: le risorse dell’impero erano esaurite, l’esercito era in disfacimento, e il governo provvisorio liberale era incapace di sciogliere il nodo delle contraddizioni – innanzitutto la questione agraria e quella dell’uscita dalla guerra imperialista. La presa del potere da parte dei bolscevichi fu inevitabile proprio perché tutte le altre forze politiche – dai cadetti ai menscevichi – offrivano alle masse proletarie e contadine soltanto la morte nelle trincee.

Le condizioni oggettive per la vittoria definitiva del proletariato non erano ancora mature – non solo nella Russia contadina e isolata, ma su scala mondiale. Se così non fosse stato, oggi scriveremmo una storia del tutto diversa e vivremmo in un mondo libero dalle catene dello sfruttamento capitalistico e dalle catastrofi delle guerre imperialiste.

Nel tentativo di trarre le lezioni di questa sconfitta, il marxismo rivoluzionario deve avere piena consapevolezza del carattere duplice dell’Ottobre. Da un lato, la rivoluzione russa fu proletaria, poiché la classe operaia assunse la direzione dell’insurrezione e creò i propri organi di potere. Dall’altro, i suoi compiti iniziali restavano puramente borghesi: l’eliminazione dei residui del feudalesimo, la ripartizione della terra, lo sviluppo della grande industria e l’integrazione del mercato nazionale. Nelle condizioni di isolamento dall’industria occidentale avanzata, la struttura economica era inevitabilmente destinata a dettare le proprie condizioni alla sovrastruttura politica, trasformando sempre più la dittatura del proletariato in amministratrice dello sviluppo del capitalismo.

Ma ciò non significa affatto che non si dovesse lottare per la rivoluzione. Non si tratta affatto di una questione di scelta soggettiva.

Come riconosceva L. Trotsky:

«Gli uomini non fanno la rivoluzione più volentieri di quanto non facciano la guerra. La differenza consiste tuttavia nel fatto che nella guerra la costrizione ha una parte determinante, mentre in una rivoluzione la sola costrizione è quella determinata dalle circostanze. La rivoluzione scoppia quando non c’è altra via».1

È proprio la forza coercitiva delle circostanze catastrofiche, e non un progresso lineare, a spingere verso la rivoluzione. Alla rivolta le masse proletarie furono spinte dalla totale mancanza di vie d’uscita. L’Ottobre non fu il tranquillo movimento della locomotiva della storia lungo binari già tracciati da forze produttive mature, bensì un cataclisma grandioso, nel quale il proletariato tentò di spezzare le catene della produzione mercantile in un momento in cui, in Russia – rimasta priva dell’aiuto socialista dell’Occidente – le premesse oggettive per farlo non esistevano ancora. In ciò consisteva la tragedia principale: i bolscevichi si trovarono ostaggio dell’arretratezza economica della Russia.

Gli eventi chiave del 1921 in Russia – il passaggio alla NEP e il divieto delle lotte interne al partito sancito dal X Congresso del PCR(b) – coincisero con il crollo dell’ondata rivoluzionaria in Europa. La NEP fu una ritirata strategica forzata, un tentativo di porre il capitalismo sotto il controllo dello Stato proletario, ma il riflusso del movimento rivoluzionario nell’Europa occidentale fece del 1921 uno spartiacque sulla via della sconfitta, tanto della rivoluzione russa quanto di quella mondiale.

Oggi è facile incolpare di questo esito tragico i bolscevichi stessi, attribuendo la controrivoluzione ai loro errori teorici, ai principi organizzativi o alla malafede. Ma un simile approccio superficiale è chiaramente insufficiente per comprendere realmente la sostanza del problema. Il nostro compito è trarre le crudeli lezioni materialistiche da questo tentativo eroico – il più grande della storia mondiale – di assalto proletario al cielo.

La storia della lotta interna al partito in URSS negli anni Venti e Trenta non è la cronaca di uno scontro tra ambizioni personali o idee astratte, come cercano di presentarla gli storici borghesi. È la cronaca della resistenza tragica e disperata dell’avanguardia proletaria al processo controrivoluzionario, e dunque l’espressione della lotta delle classi e delle loro frazioni in Russia e nel mondo.

Come mostrato nell’articolo “L’illusione del socialismo e la realtà del capitale in URSS”, pubblicato in questo stesso numero, l’“abolizione” giuridica della proprietà privata non significa l’eliminazione del capitale come rapporto sociale. È proprio la comprensione di questo fatto a richiederci uno studio attento di quella dura realtà materiale che rese impossibili le trasformazioni socialiste.

Catastrofe socioeconomica e accerchiamento piccolo-borghese

Le contraddizioni tra struttura e sovrastruttura non si dispiegavano in un vuoto astratto, bensì sullo sfondo di un collasso senza precedenti dell’intero paese.

Per comprendere come l’apparato statale sia riuscito a staccarsi dal proletariato e a usurparne il potere, il marxismo richiede di guardare alle condizioni materiali oggettive della Russia dopo l’Ottobre. La dittatura del proletariato si trovò non solo rinchiusa nella cerchia del blocco capitalistico mondiale, ma anche sommersa dentro il gigantesco oceano dell’elemento contadino piccolo-borghese.

Disgregazione, carestia e arcaicizzazione delle città

Nella storia mondiale, la rottura catastrofica dei complessi legami economici tra città e campagna ha sempre condotto a una profondissima arcaicizzazione socioeconomica e a una deurbanizzazione. Processi analoghi si svolsero nell’epoca del collasso dell’Età del Bronzo, quando la distruzione delle rotte commerciali mediterranee cancellò dalla faccia della terra interi Stati. Lo stesso avvenne con la caduta dell’Impero romano d’Occidente: il crollo della logistica centralizzata trasformò l’antica Roma milionaria in un’oscura provincia, costringendo la plebe urbana a fuggire in massa verso le campagne, sotto la protezione dei grandi proprietari terrieri, per la pura sopravvivenza fisica. Una regressione analoga, accompagnata dallo spopolamento delle città, dall’arresto delle manifatture e dal passaggio a un’agricoltura primitiva, fu vissuta dalla Germania nel crogiolo della Guerra dei Trent’anni. In tutti questi casi, il disfacimento dei sistemi di approvvigionamento gettò l’umanità indietro di secoli, verso forme di sopravvivenza più primitive.

Tuttavia, i processi che investirono la Russia dopo l’Ottobre 1917 ebbero un carattere assolutamente senza precedenti. Nelle epoche storiche precedenti, un collasso sistemico significava un regresso spontaneo entro i limiti di rapporti di produzione precapitalistici. In Russia, invece, una mostruosa arcaicizzazione e una paralisi industriale colpirono una società già integrata nel mercato capitalistico globale e dotata di nuclei di grande industria moderna.

Ma la principale differenza storica risiedeva nel fattore politico: per la prima volta nella storia dell’umanità, la distruzione fisica della struttura materiale coincise con il tentativo, da parte di un’avanguardia rivoluzionaria cosciente, di costruire una società superiore e senza classi. Ne nacque una tragica contraddizione dialettica. La dittatura del proletariato si trovò costretta ad attuare la transizione al socialismo in condizioni in cui la stessa civiltà industriale urbana – unico fondamento possibile di tale transizione – letteralmente si sgretolava in polvere, mentre la classe operaia stessa si dissolveva nell’elemento contadino piccolo-borghese.

La portata di questo sfacelo non ebbe eguali nella storia contemporanea. Come osserva lo storico britannico Edward Acton, nel periodo successivo all’Ottobre il paese attraversò un collasso economico paragonabile, per proporzioni, alla “peste nera” medievale. Nei primi sei mesi dopo l’insurrezione armata, la capitale perse non meno di un milione di abitanti: gli operai fuggivano in massa dalla città in cerca di pane.

Il raccolto del 1917 fu il più scarso del secolo, e nell’inverno 1917–1918 la maggior parte delle regioni russe ricevette solo il 12–13 % del normale approvvigionamento di grano. Nel febbraio 1918 la razione giornaliera di un operaio a Mosca era di appena 306 calorie – meno del 10 % del fabbisogno necessario. A Pietrogrado, alla fine di gennaio 1918 la razione fu ridotta a 150 grammi di pane, e a fine febbraio a 50 grammi. Sotto la duplice minaccia dell’offensiva tedesca e della fame, entro aprile il 40 % della classe operaia aveva lasciato la città, e tra coloro che erano rimasti, il 60 % si trovava disoccupato.2

Anche i proletari che avevano un lavoro erano costretti a dedicare tutto il tempo libero alla ricerca di cibo. La demoralizzazione era aggravata dall’assenteismo di massa. Con l’inizio della guerra civile la situazione divenne catastrofica.

Su scala dell’intera Russia sovietica, il volume della produzione industriale lorda nel 1920 raggiunse appena il 13,9 % del livello prebellico del 1913, mentre la produzione di beni di consumo crollò al 12,3 %. L’industria del paese si contrasse di oltre sette volte. La degradazione dell’economia si accompagnò a un esodo di massa della popolazione dalle città: solo nella Russia centrale e nella regione del Volga, centinaia di migliaia di persone fuggirono verso le campagne, trasformando quelli che un tempo erano centri industriali ribollenti in spettri sempre più vuoti.

Nel 1920 la popolazione di Pietrogrado, che prima della guerra contava quasi 2 milioni di abitanti, si era ridotta a un terzo di quella cifra; anche Mosca perse un terzo della propria popolazione. Le città di provincia, più legate all’economia agraria e ai mercati locali, subirono meno danni: lì era più facile trovare fonti di approvvigionamento. Le grandi città invece soffocavano: nel 1920 vi giungeva soltanto il 10–20 % dei volumi di rifornimento alimentare del 1913.

Il trentaseienne ufficiale Jacques Sadoul fu nominato, nel settembre 1917, addetto presso la missione militare francese a Pietrogrado. La città avvolta dalle fiamme della rivoluzione lo portò a entrare nelle file del POSDR(b). Proprio per questo le sue osservazioni acquistano un valore ancora maggiore. Il 25 aprile 1918, in una lettera ad Albert Thomas, racconta dei quartieri operai periferici della capitale:

«[…]* una povertà spaventosa. Epidemie: tifo, vaiolo, malattie infantili. Mortalità infantile di massa. Bambini per strada, sfiniti, denutriti, miserabili. Nei quartieri operai si incontrano spesso povere madri, pallide, smagrite, che portano dolenti, in una piccola bara di pino simile a una culla, un corpicino immobile a cui sarebbe bastato un minimo di pane o di latte per salvargli la vita».3*

Le malattie mietevano più vite dei combattimenti. La curva della mortalità è impressionante: fino al 1918 questo tasso a Pietrogrado era vicino al livello prebellico (22 per mille); nel 1918 raddoppiò, e nel 1919 crebbe di quasi il doppio ancora, raggiungendo 80 per mille (principalmente a causa del tifo). L’aspettativa di vita nel paese crollò a un livello senza precedenti: 19,5 anni per gli uomini e 21,5 per le donne. Sullo sfondo di ciò si riduceva anche l’organizzazione bolscevica di Pietrogrado – proprio quella che aveva costituito il reparto d’assalto della Rivoluzione d’Ottobre: dei 43.000 membri censiti nell’ottobre 1917, nel giugno 1918 ne restavano soltanto 13.472.

I bolscevichi si trovarono di fronte a una contraddizione reale, vitale: per sconfiggere il capitalismo e «difendere il potere degli sfruttati»4, occorreva *quantomeno *ripristinare la produzione capitalistica, e con essa lo sfruttamento stesso. Senza di ciò, ogni tentativo di gettare le basi di un’economia socialista rischiava di restare soltanto un «insieme di decreti»5. Si puntò a innalzare la produttività del lavoro, ma per farlo era necessario elevare il livello tecnologico, cosa praticamente impossibile nelle condizioni di guerra e isolamento. Inoltre, gli operai più avanzati si trovavano al fronte e non alle macchine, il che indeboliva l’apparato di gestione dell’economia e sfiancava fisicamente il proletariato di quadri.

Il carattere tragico della situazione si manifestò con evidenza nel 1918 nell’esempio della Comune di Baku. Tagliato fuori dalle basi di approvvigionamento della Russia, il governo di S. Šaumjan non osò inviare i prodotrjady6 nelle campagne azerbaigiane, per timore di provocare rivolte contadine alle spalle. Ciò condannò gli operai di Baku a una fame durissima e costrinse i bolscevichi a un blocco con i nazionalisti armeni (il partito Dashnaktsutyun) contro l’avanzata delle truppe turche. Questo compromesso forzato fece sì che la repressione della controrivoluzione assumesse, per stessa ammissione di Šaumjan, il carattere di un massacro nazionale tra armeni e turchi. La fame, le pulizie etniche e l’isolamento minarono la base di classe dei Soviet, permettendo ai socialisti di destra di rovesciare i bolscevichi e consegnare la città agli imperialisti britannici. Baku divenne una lezione di sangue su come il bisogno materiale oggettivo spezzi la linea proletaria.

Vicolo cieco agrario e rivolte contadine

La disgregazione della guerra civile e la prodrazvërstka7 portarono a una colossale polarizzazione della popolazione rurale. Non poteva esservi alcun discorso di un passaggio volontario al lavoro collettivo. Nella provincia di Vjatka, ad esempio, nel 1925, su 4,2 milioni di desjatiny8 di terra comunitaria, la commissione provinciale riuscì a individuare soltanto 11 comuni ancora vive e 39 artel’9.

Il piccolo proprietario odiava il comunismo in modo organico. Nel rapporto della Ceka di Jaransk (maggio 1919) si constatava: «I contadini guardano al partito dei comunisti come a qualcosa di grande e pericoloso»10. Il comunista «va tenuto a distanza… Ai loro occhi non ha autorità, è un uomo che ha dimenticato Dio»11. Nella volost’12 di Kadam, l’atteggiamento verso i Soviet era apertamente ostile a causa del comportamento degli stessi rappresentanti del potere: «trattamento brutale della popolazione, “sparatorie contro i cittadini con i fucili”, confische arbitrarie»13.

I dati archivistici relativi alle tipiche province agrarie mettono a nudo l’arretratezza mostruosa con cui si scontrò l’avanguardia proletaria. Nella provincia di Vjatka, ad esempio, all’inizio degli anni Venti il villaggio restava prigioniero di retaggi secolari. Il ruolo principale era svolto dall’arcaica obščina14. Secondo il censimento del 1916, i contadini senza cavalli o con un solo cavallo costituivano il 76,7 %, mentre le famiglie senza semine o con semine fino a 10 desjatiny ammontavano all’80,6 %.

Il contadino, una volta ottenuta la terra, aspirava a una cosa sola: diventare un piccolo produttore indipendente. Ogni tentativo di socializzazione si scontrava con un muro sordo. L’istruttore-organizzatore Georgij Il’ičëv riferiva da un villaggio della provincia di Vjatka che i contadini ascoltavano attentamente i discorsi sul comunismo, «acconsentivano a tutto», ma quando si arrivava alla questione dell’abolizione della proprietà privata protestavano con decisione. Difendevano la proprietà privata «pur non possedendo nulla…»15. L’orizzonte del sogno contadino fu espresso dal presidente dell’ukom16 di Jaransk A. Jarancev: «L’ideale principale del contadino è un’economia che gli permetta di vivere e di sentirsi indipendente…»17.

L’esplosione sociale nelle campagne fu provocata non solo dalla prodrazvërstka, ma anche dai tentativi dello Stato di spaccare artificialmente la comune attraverso i Comitati dei poveri (kombedy), creati nel giugno 1918. La stragrande maggioranza dei contadini li percepiva semplicemente come un’ingerenza ostile dello Stato dall’esterno. Spesso erano composti da militari, forestieri o membri di partito. Nella provincia di Tambov, un terzo dei membri dei kombedy non si era mai occupato di agricoltura. Il contadinato oppose una resistenza disperata. Solo nel corso del 1918 furono uccisi 7.309 membri dei prodotrjady18, e la Ceka censì oltre 100 rivolte contadine entro la fine dell’anno.

Come dimostrano gli eventi nelle periferie nazionali, l’istinto sociale del contadinato prevaleva costantemente sui progetti di edificazione nazionale della grande borghesia, ma solo finché si trattava della conquista della terra e della difesa della propria piccola economia. In Ucraina, il crollo della Rada Centrale borghese-nazionalista all’inizio del 1918 fu determinato dal suo temporeggiare sulla questione agraria: il contadinato passò in massa dalla parte dei bolscevichi, che proponevano una riforma agraria radicale. Ma non appena il potere sovietico tentò di requisire il grano con i metodi del comunismo di guerra, ciò scatenò la colossale ondata insurrezionale del 1919, che disorganizzò le retrovie. Il piccolo proprietario resisteva alla dittatura proletaria con la medesima forza, indipendentemente dalla lingua in cui gli si rivolgevano i prodotrjady.

L’oceano ostile, milionario, dei piccoli proprietari dettava le proprie condizioni al potere proletario isolato. E proprio da questo stesso ambiente, in disgregazione sotto la pressione della crisi economica, la macchina statale attingeva i propri quadri di base.

L’apparato statale, nel condurre la politica della dittatura alimentare, schiacciava senza pietà l’elemento piccolo-borghese. Al tempo stesso, la requisizione stessa dei prodotti agricoli si accompagnava a una disgregazione totale delle strutture di potere. Nella provincia di Tambov molti comunisti locali soffrivano la fame allo stesso modo dei contadini e condannavano la prodrazvërstka, spesso abbandonando il lavoro di partito per il puro sostentamento delle proprie famiglie. Allo stesso tempo, la nomenklatura in formazione si staccava dalle masse. Come osservano gli storici, «una parte della dirigenza di partito imboccò la via degli abusi, del furto aperto, il che, nelle condizioni di “trasparenza” della vita rurale, non poteva passare inosservato né mancare di suscitare l’inasprimento dei contadini comuni»19. Proprio questo arbitrio e saccheggio manifesti da parte del “potere proletario” divennero uno dei detonatori dell’Antonovščina – l’enorme rivolta contadina, annegata nel sangue con l’ausilio dell’esercito regolare. Tra la fine del 1920 e l’inizio del 1921, le rivolte armate investirono la Siberia occidentale, le province di Tambov e Voronež, il medio Volga, il Don, il Kuban’, l’Ucraina, l’Asia centrale. Verso la primavera del 1921 divampavano praticamente in tutto il paese. Il numero complessivo delle vittime di queste guerre insurrezionali si contava a centinaia di migliaia.

Su scala pan-russa, il conflitto tra città e campagna assunse un carattere totale. Verso il 1921–1922 il numero dei cosiddetti “iždivency”20 – l’esercito, i funzionari e i vari strati della popolazione urbana mantenuti dallo Stato tramite la requisizione del grano alle campagne – raggiunse la cifra fantastica di 35 milioni di persone, gravando come un peso insostenibile sull’agricoltura.

La situazione si faceva sempre più esplosiva anche nelle città. Mancavano i generi alimentari, molte fabbriche e stabilimenti chiudevano per carenza di combustibile e materie prime, gli operai si ritrovavano per strada.

La situazione fu particolarmente grave, all’inizio del 1921, nei grandi centri industriali, prima di tutto a Mosca e a Pietrogrado. Le razioni di pane furono ridotte, alcuni sussidi alimentari furono aboliti, si profilò la minaccia della fame. Si aggravò la crisi dei combustibili. L’11 febbraio 1921 fu annunciata la chiusura, entro il 1° marzo, di 93 imprese di Pietrogrado. Tra queste, giganti come la Putilov, la Sestroreck e la “Treugol’nik”, tra le altre.

Già nel novembre 1920, tracciando un bilancio dei tre anni di rivoluzione, Lenin fu costretto ad ammettere apertamente:

«Tre anni fa sapevamo che la nostra vittoria sarebbe stata durevole solo quando la nostra causa avesse trionfato nell’intero mondo, perché noi avevamo cominciato la nostra opera facendo esclusivo assegnamento sulla rivoluzione mondiale».21

Ma il riflusso dell’ondata rivoluzionaria in Europa mise i bolscevichi in una situazione di stallo. Avevano ereditato dal capitalismo «non solo una civiltà in rovina, non solo fabbriche distrutte, non solo intellettuali disperati», ma anche «una massa dispersa e ignorante, fatta di piccoli proprietari isolati, […] l’inesperienza, l’incapacità di svolgere un lavoro solidale, l’incomprensione della necessità di fare un segno di croce sul passato»22.

Fu proprio questa miseria culturale ed economica del paese isolato e devastato a gettare le fondamenta della tragedia a venire. Sullo sfondo della distruzione totale della struttura materiale, il processo di ritirata politica era destinato inevitabilmente a cominciare.

Giugno 2026.

Footnotes

    • Trotsky Lev. Storia della Rivoluzione Russa. Varese. Sugar Editore. 1964. P. 1064.
    • J. Dominie, Russia. Revolution and Counter-Revolution 1905–1924. A View from the Communist Left, Prometheus Publications, 2021. Questi dati, insieme ad altri riportati nel presente articolo, sono tratti da questo volume.
    • J. Sadoul, Zapiski o bol’ševistskoj revoljucii. 1917–1919 [Записки о большевистской революции. 1917–1919], Kniga, Moskva 1990, pp. 249–250 (trad. nostra dal russo).
    • V. I. Lenin, Opere complete, vol. 31, Editori Riuniti, Roma, 1967, “Conferenza Provinciale Moscovita del PCR”, p. 400.
    • Ivi. P. 402.
    • Distaccamenti di requisizione del grano.
    • Requisizione forzata del grano.
    • 1 desjatina = 1,09 ettari.
    • (in russo: артель) un’associazione volontaria di persone finalizzata al lavoro comune o ad altre attività collettive, spesso con la partecipazione ai proventi comuni. Fino all’inizio del XX secolo, nelle arteli era di norma prevista una responsabilità collettiva basata sulla solidarietà reciproca.
    • Ju. Timkin, “Choždenie krest’janina v kompartiju i obratno”: volostnye krest’janskie organizacii RKP(b) v 1918–1920 godach (po archivnym materialam Vjatskoj gubernii) [“Хождение крестьянина в компартию и обратно”: волостные крестьянские организации РКП(б) в 1918–1920 годах (по архивным материалам Вятской губернии)], in “Krest’janovedenie”, vol. 7, n. 2, 2022, p. 52 (traduzione nostra dal russo).
    • Ivi. P. 52-53.
    • Distretto rurale.
    • Timkin, op. cit., p. 57-58 (traduzione nostra dal russo).
    • Comune contadina.
    • Timkin, op. cit., p. 56 (traduzione nostra dal russo).
    • Ukom (da uezdnyj komitet [уездный комитет]): comitato distrettuale del partito bolscevico – organo di partito a livello di uezd (distretto), unità amministrativa intermedia tra la volost’ (circoscrizione rurale) e la gubernija (provincia) nella Russia sovietica prerivoluzionaria e dei primi anni Venti.
    • Timkin, op. cit., p. 53 (traduzione nostra dal russo).
    • Nome delle formazioni armate speciali istituite dal governo sovietico durante la guerra civile e inviate da quest’ultimo nelle zone rurali per «fornire assistenza nell’esecuzione dei compiti relativi al rifornimento di generi alimentari», ovvero per la confisca coatta di generi alimentari dai contadini.
    • I. Murav’ëva. Fondy volostnych komitetov VKP(b) kak istočnik po istorii Tambovskogo krest’janskogo vosstanija 1920–1921 godov [Фонды волостных комитетов ВКП(б) как источник по истории Тамбовского крестьянского восстания 1920–1921 годов], in “Gramota”, n. 6 (80), 2017, parte 2, p. 76 (traduzione nostra dal russo).
    • Persone a carico.
    • V. I. Lenin, Opere complete, vol. 31, Editori Riuniti, Roma, 1967, “Discorso per il terzo anniversario della rivoluzione d’Ottobre”, p. 376.
    • Ivi. P. 380.

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