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La trasformazione del movimento operaio dopo il 1968

↳ La rivista «Prometeo comunista» №2 — Agosto 2026

Il testo che presentiamo all’attenzione del lettore costituisce soltanto una breve introduzione a una serie di articoli. Per questa ragione ha un carattere generale, teorico-espositivo. Nello scriverlo non abbiamo inteso condurre un’analisi dettagliata di singoli scioperi, bensì tracciare un abbozzo di quella mappa politico-economica sulla quale il proletariato mondiale, errando e sbagliando, si muoveva nell’ultimo mezzo secolo.

Contents

La lotta di classe nel mondo

La trasformazione del movimento operaio dopo il 1968

La fine degli anni Sessanta segnò l’esaurimento del potenziale del ciclo di accumulazione capitalistica avviatosi dopo la distruzione di capitale nel corso della seconda guerra mondiale. Gli eventi del 1968–1969 – anzitutto il “Maggio” francese e l’“autunno caldo” italiano – non si riducevano a rivolte studentesche o a vampate politiche occasionali: essi coincisero con un ampio movimento operaio e misero a nudo le contraddizioni accumulate del modello postbellico di capitalismo monopolistico di Stato.

Il sistema di produzione di massa in catena di montaggio (il cosiddetto “fordismo”), che aveva garantito alti tassi di crescita negli anni Cinquanta e Sessanta, mostrava verso la fine del decennio segni di esaurimento. Tra le spiegazioni concorrenti di questa crisi occupa un posto di rilievo la legge marxista della caduta tendenziale del saggio di profitto: secondo essa, il continuo incremento della massa di attrezzature per operaio (l’aumento della composizione organica del capitale) fece sì che il plusvalore creato dal lavoro vivo non fosse più in grado di garantire il precedente saggio di profitto.

A livello produttivo la crisi si manifestò direttamente nelle fabbriche. L’intensificazione del lavoro raggiunse limiti ai quali gli operai risposero con un aumento dell’assenteismo di massa, del turnover, del sabotaggio deliberato delle attrezzature e degli scarti di produzione – fenomeno registrato negli stabilimenti di Stati Uniti, Italia e Francia e ben documentato nella letteratura di storia del lavoro.

Per la classe dominante questo vicolo cieco produttivo oggettivo si tradusse in una crisi a tutto tondo. Suo sintomo fu la stagflazione, che mise in discussione l’efficacia del modello keynesiano di regolazione statale, egemone a partire dagli anni Quaranta.

Al posto del keynesismo subentrò un riarmo ideologico sotto forma di monetarismo e neoliberismo (la scuola economica di Chicago, M. Friedman, F. von Hayek). Queste concezioni, rimaste fino ad allora ai margini del mainstream economico postbellico, negli anni Settanta conobbero una larga diffusione – in parte perché offrivano un programma alternativo coerente nel momento in cui il vecchio modello mostrava le sue falle. Sotto le parole d’ordine della “lotta all’inflazione”, della “liberalizzazione dei mercati” e dell’“economia dell’offerta” fu condotta una politica che comprendeva lo smantellamento di elementi dello “Stato sociale”, il contenimento dei salari e la deregolamentazione dei movimenti di capitale. I critici di questa linea – allora come in seguito – la considerarono come uno scaricamento dei costi della crisi strutturale sui lavoratori salariati.

Parallelamente all’attacco diretto ai salari, il neoliberismo mise in moto il meccanismo di una finanziarizzazione su vasta scala. Sullo sfondo della stagnazione dei redditi reali della classe operaia nelle vecchie metropoli dopo gli anni Settanta, il capitale finanziario cominciò a sostenere artificialmente il livello di consumo delle masse attraverso un credito aggressivo. Il proletariato si ritrovò avvinto da mutui ipotecari, crediti al consumo e prestiti studenteschi. In termini marxisti ciò significa una sottrazione diretta di parte del prodotto necessario (del valore di riproduzione della forza-lavoro) attraverso il meccanismo del capitale fittizio e del tasso d’interesse, il che conduce a un sistema di coercizione economica senza precedenti. La servitù del debito divenne il più potente strumento disciplinare del dominio di classe: la capacità del proletario di scioperare e rischiare il posto di lavoro crolla bruscamente quando su di lui incombe la minaccia di un pignoramento immediato della casa da parte della banca.

Di fronte alla caduta del saggio di profitto e all’esaurimento del modello di crescita postbellico, il capitale cercò nuove vie per ridurre i costi. La risposta fu una ristrutturazione globale: una massiccia esportazione di capitale, tratto essenziale dell’imperialismo, verso paesi con forza-lavoro più a buon mercato. Questo processo era dettato anzitutto dalla logica della concorrenza di mercato; sua conseguenza politica – indipendentemente dal fatto che fosse stata pianificata deliberatamente o meno – fu l’indebolimento dei vecchi sindacati industriali nei paesi occidentali. Il trasferimento di una parte considerevole della produzione industriale dalle vecchie metropoli imperialiste occidentali verso paesi con composizione organica del capitale più bassa modificò la struttura dell’occupazione e la base sociale del movimento operaio. In tal modo, il vicolo cieco oggettivo del vecchio modello industriale, coincidendo con la linea politica della classe dominante, dettò la nuova geografia del capitalismo mondiale.

Condizione tecnologica di questa ristrutturazione globale e della “fuga” del capitale fu una rivoluzione nella sfera della circolazione – la containerizzazione di massa dei trasporti marittimi negli anni 1960–1970. L’introduzione del container marittimo standardizzato accelerò bruscamente la rotazione del capitale e ridusse enormemente i costi di trasporto delle merci, fungendo da potente controtendenza alla caduta del saggio di profitto. Tuttavia, l’introduzione di questa innovazione risolveva anche un compito politico di primaria importanza: essa mutò radicalmente la composizione tecnica del capitale nella logistica e con ciò minò fisicamente il potere strutturale dei lavoratori portuali – storicamente uno dei distaccamenti più combattivi e coesi del proletariato, che prima dell’epoca dei container poteva, con un solo sciopero, bloccare il “sistema circolatorio” dell’intero commercio mondiale.

I processi qui descritti dimostrano con evidenza come i mutamenti economici e le decisioni politiche si condizionino reciprocamente – il che rende un’analisi puramente economica o puramente politica di questo periodo, a priori, incompleta.

In tal modo, le ondate di scioperi degli anni Settanta si dispiegarono sullo sfondo di sommovimenti tettonici nello stesso modo di produzione capitalistico. La resistenza economica degli operai si scontrava non semplicemente con la posizione di singole corporazioni, bensì con un tentativo su vasta scala, di tutto il sistema capitalistico, di scaricare i costi della crisi strutturale sui lavoratori salariati. In questo senso la lotta scioperistica di quel periodo travalicava i limiti della normale contrattazione sulle condizioni di lavoro e assumeva una dimensione politica più ampia. La classe operaia perse questa battaglia.

La crisi del dispotismo di fabbrica e i limiti della lotta spontanea (anni Settanta)

All’inizio degli anni Settanta il sistema di organizzazione del lavoro in fabbrica (il taylorismo) raggiunse il limite della propria efficienza. La resistenza operaia era rivolta tanto contro l’intensificazione del lavoro quanto contro i sindacati ufficiali, che a quel punto, agli occhi di una parte consistente degli operai, avevano perso credibilità, cessando di essere organizzazioni indipendenti di rappresentanza degli interessi di classe e trasformandosi definitivamente in un apparato di collaborazione di classe con la borghesia.

Nelle grandi fabbriche gli operai passavano alla tattica dell’azione diretta – gli scioperi “selvaggi”. Nel 1972 nello stabilimento General Motors di Lordstown (Stati Uniti) esplose un’agitazione contro l’intensificazione del lavoro: la catena di montaggio procedeva a una velocità di circa 100 automobili all’ora, lasciando all’operaio circa 36 secondi per operazione. Nel 1973 gli operai della fabbrica francese Lip di Besançon occuparono lo stabilimento e organizzarono in proprio la produzione e la vendita di orologi.

Questi eventi rivelano una contraddizione interna, descrivibile in categorie dialettiche. Da un lato, dimostrarono la reale capacità degli operai all’autorganizzazione dal basso – contro i sindacati ufficiali e contro i capitalisti. Dall’altro, è proprio l’esperienza Lip a mostrare i limiti di questa autorganizzazione in assenza di una strategia politica più ampia. Occupata la fabbrica, gli operai si trovarono di fronte al fatto che l’autogestione operaia isolata è costretta a funzionare secondo le leggi di quello stesso mercato contro il quale si era ribellata: competere, ridurre i costi, cercare acquirenti. L’impresa sopravvisse in varie forme fino al 1981 e fu più volte riorganizzata – ciò che di per sé testimonia la tenacia dell’esperimento, ma anche la pressione costante dell’ambiente di mercato e politico, alla quale l’impresa non riuscì infine a resistere.

Marx ed Engels scrissero nell’“Ideologia tedesca” che «le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti»1. Abbandonata alla spontaneità e priva di un partito rivoluzionario, la massa operaia cade inevitabilmente prigioniera delle idee borghesi – e gli operai della Lip non fecero eccezione: credettero ingenuamente di poter diventare un “giusto” capitalista collettivo in un oceano di anarchia di mercato. Privi di una direzione politica e dell’obiettivo di spezzare la macchina statale del capitale, rimasero indifesi di fronte alla logica del mercato mondiale, che li costrinse spietatamente a sfruttare se stessi, mentre l’apparato repressivo della borghesia isolò e soffocò, come era prevedibile, questo e altri focolai spontanei di lotta tradunionista (limitata entro i confini del sistema capitalistico).

La distruzione del capitale costante: lo sciopero dei minatori britannici (1984–1985)

Nel tentativo di superare la crisi di sovraccumulazione e ripristinare il saggio di profitto, il capitale si trovò di fronte alla necessità di abbattere radicalmente il costo della forza-lavoro. Il principale ostacolo su questa via restava il movimento operaio organizzato. Al tempo stesso, a rappresentare una minaccia per il sistema non erano le strutture ufficiali del sindacalismo – la loro alta burocrazia si era da tempo saldata con l’apparato statale-monopolistico, assumendo il ruolo di cuscinetto e di gestore del compromesso di classe. Il vero pericolo veniva dalla combattività di base delle masse operaie, capace di paralizzare l’economia. Per questo negli anni Ottanta la classe dominante passò a una distruzione politica ed economica mirata dei distaccamenti più organizzati del movimento operaio. Caso esemplare fu lo sciopero dei minatori britannici del 1984–1985.

Il governo Thatcher affrontò lo scontro con i minatori non senza preparazione. Già nel 1977 un documento interno del partito Tory (il “piano Ridley”) tracciava una strategia di confronto con i sindacati, compreso l’accumulo di scorte di carbone. Nel 1984 le scorte presso le centrali elettriche erano state considerevolmente aumentate, il che privò lo sciopero di una leva di pressione economica immediata. Il grado di pianificazione centralizzata di questa preparazione resta oggetto di discussione storiografica, ma il fatto stesso della prontezza strutturale dello Stato a un confronto prolungato è evidente.

Nell’estrazione carbonifera britannica si era storicamente formata un’elevata composizione organica del capitale, il che esercitava una pressione al ribasso sul saggio di profitto. La crisi fatale del settore sopraggiunse nel momento in cui esso divenne non competitivo rispetto ai produttori di altre fonti energetiche (petrolio, gas, nucleare) e al carbone d’importazione a basso costo. Il tempo di lavoro individuale impiegato per produrre un’unità di energia dal carbone delle profonde miniere britanniche risultò sensibilmente superiore al nuovo tempo di lavoro socialmente necessario, ormai stabilitosi su scala globale. In queste condizioni la decisione di chiudere le miniere e di licenziare in massa i minatori – inizialmente si parlava di 20 miniere e 20.000 posti di lavoro, ma verso la fine del decennio le miniere chiuse risultarono assai più numerose – fu, dal punto di vista politico-economico, un atto di sottomissione forzata del settore alla dittatura della legge del valore globale: la distruzione fisica di enormi masse di “lavoro morto” (capitale costante) che avevano cessato di garantire il saggio di profitto richiesto e per questo erano state svalutate dal mercato mondiale.

Lo Stato mise in campo l’intero arsenale della repressione: dalla confisca dei fondi sindacali alla violenza poliziesca su vasta scala, di cui uno degli esempi più documentati fu la Battaglia di Orgreave. Tuttavia la sconfitta dello sciopero non fu determinata soltanto dalla pressione esterna dello Stato. Occorre qui tenere conto delle contraddizioni interne dello stesso movimento operaio. Lo sciopero iniziò senza una votazione nazionale dei membri del NUM2, il che ne minò fin dall’inizio la legittimità agli occhi di una parte degli operai organizzati e fornì agli avversari un argomento formale. La spaccatura interna al movimento minerario portò alla formazione dell’UDM3, sindacato crumiro fondato soprattutto sulle miniere del Nottinghamshire. Il TUC4 e una serie di sindacati di categoria limitarono il sostegno agli scioperanti: da un punto di vista classista, questo comportamento fu una conseguenza logica di quella integrazione istituzionale della burocrazia sindacale con l’apparato statale-monopolistico. La burocrazia dei sindacati ufficiali è la classica aristocrazia operaia, corrotta dai sovraprofitti dell’imperialismo. Essa svolse oggettivamente il ruolo di agenzia diretta della borghesia in seno al movimento operaio, preferendo la conservazione della propria posizione privilegiata alla solidarietà di classe con gli scioperanti.

L’insieme di questi fattori – la preparazione statale, la pressione giuridica, la spaccatura interna e il rifiuto dell’apparato sindacale di fornire un pieno sostegno agli operai in sciopero – predeterminò la sconfitta dei minatori. Questa disfatta aprì la strada a un’offensiva su vasta scala contro le condizioni di lavoro e le conquiste sociali della classe operaia.

La lotta di classe a est del Muro di Berlino e il prezzo delle illusioni

Il movimento “Solidarność” in Polonia (1980–1981), pur nascendo come classica resistenza proletaria all’abbassamento del valore della forza-lavoro, portava fin dall’inizio in sé una contraddizione interna. La Chiesa cattolica e l’intellighenzia liberale (anzitutto gli ambienti del KOR5) divennero parte organica del movimento, anche perché l’identità cattolica e nazionalista era ampiamente diffusa tra gli stessi operai. Questa commistione ideologica interna determinò l’eterogeneità del movimento: accanto alle rivendicazioni sulle condizioni di lavoro e sul diritto a sindacati indipendenti, vi erano fin dall’inizio motivi nazional-cattolici e anticomunisti, che riflettevano le convinzioni reali di una parte consistente dei partecipanti, e non soltanto un’agenda imposta dall’esterno.

In assenza di un programma di classe autonomo e con l’aggravarsi della crisi economica, il movimento non poté mantenere una linea proletaria di classe. In seguito, nel 1989–1990, furono proprio le frazioni filo-occidentali e liberali a trovarsi nella posizione più favorevole, che permise loro di convertire il capitale politico accumulato dal movimento in posizioni all’interno del nuovo sistema. L’energia della classe operaia, priva di una propria avanguardia rivoluzionaria, fu ancora una volta utilizzata nell’interesse di una delle frazioni del capitale.

Gli scioperi dei minatori del Kuzbass e del Donbass del 1989 furono una risposta operaia spontanea alla profonda crisi strutturale dell’economia sovietica – crisi dell’esaurimento del modello di accumulazione estensivo, che si manifestava nell’arretratezza tecnologica, in croniche sproporzioni (anzitutto tra le sezioni I e II) e in un’acutissima carenza di beni di consumo. È proprio qui che il dominio delle idee della classe dirigente si manifestò nella maniera più crudele e tragicamente evidente. Privi di un programma comunista, gli operai rivendicarono, per errore, l’“autonomia gestionale” delle imprese. Questa rivendicazione trasformò oggettivamente il proletariato in un ariete cieco nelle mani di quella parte della nomenklatura (borghesia di fatto) che stava preparando lo smantellamento della forma inefficiente del sistema economico.

Di fronte alla caduta del saggio di profitto, la nomenklatura di partito e d’impresa, che già controllava le risorse, utilizzò la protesta operaia per liquidare la ormai imputridita finzione del “socialismo”.

L’energia di classe dei minatori, incanalata in un falso alveo tradunionista, garantì al capitale una transizione riuscita alla privatizzazione. Gli ieri segretari dei comitati del PCUS si travestirono in un batter d’occhio in “proprietari efficienti”. Per il proletariato, invece, ciò si tradusse nella distruzione delle forze produttive e in atti di disperazione senza prospettiva (ad esempio le “guerre delle rotaie” del 1998).

I “nuovi” eserciti industriali di riserva e il “vecchio” sfruttamento

Dagli anni Novanta il processo di globalizzazione è passato a una nuova fase: l’intensificazione dell’esportazione di capitale e il trasferimento delle produzioni si sono sovrapposti ai processi interni di industrializzazione in Asia, Africa e America Latina. Da questa interazione si è formato uno dei più grandi distaccamenti, per consistenza assoluta, del proletariato industriale mondiale *nella storia *– sebbene la quota degli operai industriali sull’occupazione complessiva abbia continuato a diminuire in una serie di paesi. Concentrando masse di milioni di persone nelle megafabbriche di Cina e India, il capitale genera, per una propria legge ineluttabile, i propri becchini. Gli scioperi qui hanno un carattere aspro, incidendo direttamente sulla massa globale del plusvalore.

Nelle vecchie metropoli dell’imperialismo l’illusione borghese della “società postindustriale” maschera il fatto che la classe operaia industriale e logistica non è affatto scomparsa. Dopo aver scaricato una parte delle produzioni “non redditizie” verso paesi con un costo della forza-lavoro più basso, il capitale ha compensato la caduta del saggio di profitto all’interno delle vecchie metropoli mediante la sovra-sfruttamento della manodopera a basso costo – trascinando milioni di migranti nell’edilizia, nella lavorazione delle carni, nell’industria pesante e negli hub logistici. L’importazione di forza-lavoro relativamente a buon mercato ha permesso alla borghesia di abbassare il costo medio di riproduzione del lavoro e di spaccare il proletariato su basi nazionali.

Questa classe operaia industriale rinnovata, tuttavia, continua a resistere.

In Germania, nel 2020, presso i giganteschi stabilimenti di macellazione del monopolista Tönnies vennero alla luce fatti di un sfruttamento mostruoso di migranti dell’Europa orientale, assunti attraverso un sistema di ditte subappaltatrici (i cosiddetti Werkverträge). A causa dell’estrema vulnerabilità, della minaccia costante di espulsione e del fatto che i loro posti letto in baracche sovraffollate dipendevano direttamente dal proprietario dell’impresa, gli operai erano praticamente privati della possibilità di organizzare uno sciopero pieno. Le forme principali della loro protesta restavano soltanto denunce frammentarie.

Tuttavia questo sovrasfruttamento divenne improvvisamente oggetto di clamorose denunce da parte dei media borghesi liberali e delle ONG per i diritti umani. Non si trattò di un atto di astratto umanitarismo. La condizione degli operai privi di diritti fu cinicamente utilizzata come strumento nella lotta concorrenziale fra diverse frazioni del capitale.

Negli Stati Uniti lo sciopero nazionale del sindacato United Auto Workers (UAW), vittorioso nei suoi risultati immediati, che nell’autunno del 2023 coinvolse gli stabilimenti delle “Tre Grandi” case automobilistiche, ottenne un considerevole aumento salariale e un miglioramento delle condizioni di lavoro, ma i critici interni al movimento operaio fecero notare che le questioni dell’occupazione negli stabilimenti di veicoli elettrici e la condizione dei lavoratori temporanei non furono risolte dal contratto. La vittoria del collettivo operaio del magazzino Amazon (JFK8) di Staten Island nel 2022, composto in maggioranza da lavoratori neri e latinoamericani, dimostrò la reale possibilità di autorganizzazione in un settore ritenuto inorganizzabile – sebbene le successive difficoltà nella stipula del primo contratto e i problemi organizzativi dell’ALU6 abbiano messo a nudo i limiti di una vittoria alle elezioni sindacali priva di una struttura di classe autonoma e stabile. Comunque sia, entrambi i casi hanno demolito il mito della scomparsa della lotta di classe industriale nel cuore dell’imperialismo.

Tratto essenziale della trasformazione del capitalismo dopo il 1968 furono i colossali mutamenti socio-demografici – anzitutto la femminilizzazione di massa del lavoro salariato. Di fronte alla caduta del profitto, il capitale demolì il modello fordista del “singolo sostentatore” (il salario familiare dell’operaio maschio). Il coinvolgimento della donna nella produzione sociale costituisce la prima condizione della sua emancipazione, ma sotto il capitalismo esso si è tradotto in una duplice oppressione. La drastica riduzione del valore della forza-lavoro ha fatto sì che, per la sopravvivenza di base della famiglia, ormai sia l’uomo sia la donna siano costretti a vendere la propria forza-lavoro. Al contempo, il colossale peso del lavoro riproduttivo non retribuito (l’educazione dei figli, l’assistenza ai malati, la gestione domestica) non è affatto scomparso, gravando anzitutto sulle spalle femminili. Il capitalismo ha continuato a parassitare su questo lavoro, sovvenzionando di fatto, a spese delle donne, i costi della riproduzione sociale della nuova generazione di lavoratori. Proprio per questo gli scioperi femministi e femminili (dai paesi dell’America Latina all’Europa) costituiscono una parte della resistenza di classe nel suo insieme. Essi hanno messo a nudo il fatto che l’accumulazione capitalistica si fonda non soltanto sul plusvalore diretto estorto alla macchina, ma anche sull’appropriazione totale del lavoro riproduttivo gratuito.

In stretta connessione con questo processo si è verificata una proletarizzazione su vasta scala della sfera dei servizi, della sanità e dell’istruzione. Se a metà del XX secolo questi ambiti apparivano agli analisti lontani dalla produzione classica, oggi il capitale ne ha realizzato la sussunzione effettiva, trasformando la riproduzione sociale in merce. Insegnanti, infermiere e assistenti sociali sono sottoposti a un neotaylorismo spietato: si introducono rigidi standard di tempo per paziente o alunno, controllo algoritmico, commercializzazione di ogni singolo passaggio. I beni sociali si sono trasformati in normali merci. In risposta a questo degrado delle condizioni di lavoro, l’avanguardia della lotta di classe contemporanea nelle metropoli si è spostata proprio verso questi settori. I potentissimi scioperi delle infermiere nel Regno Unito o la senza precedenti ondata di scioperi degli insegnanti “Red for Ed” negli Stati Uniti dimostrano: il proletariato del settore sociale sciopera oggi contro la logica stessa della distruzione capitalistica delle condizioni della riproduzione umana.

Parallelamente allo sfruttamento industriale, il capitale estrae plusvalore dagli strati precari della forza-lavoro attraverso la cosiddetta “gig economy”. I lavoratori delle piattaforme – occupati, seppur in condizioni di estrema instabilità – non coincidono con la categoria marxista di esercito industriale di riserva in senso stretto: quest’ultima designa i disoccupati o i sottoccupati, che esercitano una pressione sul livello dei salari. Ciononostante, l’occupazione tramite piattaforma è funzionalmente contigua a questa categoria: essa mantiene i lavoratori in uno stato di concorrenza permanente reciproca e ostacola l’organizzazione collettiva. Le piattaforme (Uber, Deliveroo ecc.) non sono una semplice innovazione tecnologica, bensì la più recente forma digitale della sussunzione reale del lavoro. Qui assistiamo alla rinascita, in un involucro high-tech, del classico salario a cottimo, che, come analizzato in dettaglio nel I libro del “Capitale”, è la forma più adatta al sistema capitalistico di produzione da sfruttamento intensivo e di allungamento della giornata lavorativa. Il controllo algoritmico eredita dal taylorismo il proprio scopo – la massima intensificazione del lavoro, – ma lo realizza con mezzi diversi: non attraverso la cronometrazione e la standardizzazione delle operazioni, bensì attraverso la gestione della domanda, dei rating e dell’assegnazione del prezzo dinamico. La flessibilità operativa si conserva, ed è proprio essa a fungere da copertura ideologica, consentendo di presentare il lavoro salariato come “partnership”. La beffarda finzione giuridica del “collaboratore indipendente” lusinga l’amor proprio del lavoratore atomizzato, ma di fatto non fa che mascherare la classica forma cottimista del salario, scaricando sullo stesso proletario i costi della riproduzione della forza-lavoro (ammortamento del mezzo di trasporto, cure mediche).

È significativo che le proteste iniziali nella “gig economy” si siano svolte non di rado non sotto parole d’ordine di liquidazione del lavoro salariato, bensì con rivendicazioni di “concorrenza leale” e “trasparenza tariffaria” – cioè entro l’orizzonte piccolo-borghese del “mercato equo”. Ciò dimostra con chiarezza come la finzione giuridica dell’autoimpiego formi la coscienza reale dei lavoratori, riproducendo le idee dominanti anche in condizioni di sfruttamento oggettivo. Tuttavia la legge della concentrazione e della socializzazione del lavoro opera in modo ineluttabile: gli scioperi internazionali dei corrieri e degli autisti delle piattaforme dimostrano che il capitale, anche in condizioni di estrema atomizzazione giuridica e spaziale dei lavoratori, genera inevitabilmente i propri becchini e li spinge verso l’unione.

Appendice

ILLUSIONE STATISTICA E REALTÀ POLITICO-ECONOMICA

Ogni ricerca quantitativa sullo stato del movimento operaio mondiale si scontra inevitabilmente con falsificazioni – deliberate o meno – della statistica ufficiale. La sociologia borghese offusca la portata della lotta di classe. La statistica funge spesso anche da strumento di dominio di classe, arte di mentire per mezzo di cifre accuratamente calibrate. Per vedere il quadro autentico occorre decostruire sistematicamente i due principali artifici metodologici della sociologia borghese.

Primo artificio: l’illusione degli indicatori quantitativi assoluti

Il metodo più primitivo è il semplice conteggio del numero di scioperi come eventi discreti. Con un simile approccio, uno sciopero locale di 50 fornai in Europa viene equiparato a uno sciopero di centinaia di migliaia o milioni di proletari in India (entrambi registrati come “un evento”). Poiché negli anni Settanta nei paesi avanzati si verificavano migliaia di scioperi locali, mentre oggi la lotta di classe in Asia assume la forma di gigantesche mobilitazioni a livello nazionale, un grafico costruito su questa metodologia creerebbe un quadro falso di estinzione del conflitto. Inoltre, gli Stati capitalistici escludono deliberatamente dai rapporti gli scioperi “selvaggi” e qualificano le mobilitazioni operaie di massa come “turbamenti dell’ordine pubblico”.

Secondo artificio: l’ignorare le dimensioni del proletariato

Un altro metodo di distorsione è il calcolo di indicatori medi per paese senza tener conto della consistenza numerica della classe operaia. L’approccio materialistico esige che l’unità di conteggio sia la massa della classe stessa. Ogni operaio in sciopero deve avere un peso uguale, indipendentemente dai confini dello Stato entro cui è sottoposto a sfruttamento.

Sulla base di questo principio, volgiamoci alla realtà oggettiva.

Nei paesi del “vecchio imperialismo” la statistica registra effettivamente un calo. Nel Regno Unito nel 1972 andarono perse 23,9 milioni di giornate lavorative; verso gli anni 2010 questo indicatore era sceso a circa 450.000 giornate l’anno – un crollo di oltre 50 volte.

In Giappone il periodo di crescita economica intensiva degli anni 1960–1970 fu accompagnato da un’intensificazione delle trattative per l’aumento salariale sullo sfondo della consueta “lotta di primavera”7 annuale: il numero di scioperi di durata non inferiore a mezza giornata raggiunse nel 1970 le 2.256 unità, con 1.719.551 partecipanti. I successivi tagli di personale, provocati dall’instabilità interna dell’economia sullo sfondo della crisi, portarono a un aumento del numero di scioperi, il cui picco si ebbe nel 1974 – 5.197 scioperi con la partecipazione di 3.622.830 persone. In seguito il numero degli scioperi cominciò a diminuire, riducendosi in modo particolarmente marcato dalla seconda metà degli anni Ottanta – nel periodo del gonfiarsi della “bolla” economica. Questa tendenza si mantenne anche dopo il suo crollo, nella seconda metà degli anni Novanta, nonostante il livello del salario medio dei lavoratori delle imprese private continuasse a scendere costantemente in quel periodo. Negli anni della crisi seguita al crollo di Lehman Brothers, la lotta dei lavoratori continuò a estinguersi: nel 2010 si tennero soltanto 38 scioperi di durata non inferiore a mezza giornata, con la partecipazione di 2.480 persone.

La sociologia borghese prende questo fatto, che riflette l’indebolimento del movimento operaio in Stati specifici, e lo spaccia per un “declino storico-mondiale” del proletariato.

Il quadro cambia radicalmente se si guarda alle regioni verso cui è stato trasferito il capitale industriale. In Cina, dove le statistiche ufficiali sui conflitti di lavoro non vengono pubblicate dallo Stato, fonti indipendenti registrano una crescita brusca: la banca dati *China Labour Bulletin *(“Strike Map”) ha censito oltre 16.000 proteste dal 2011, di cui 1.794 nel solo 2023 – oltre il doppio rispetto al 2022.

In India la lotta di classe batte record storici: se nel 2010–2012 agli scioperi nazionali partecipavano circa 100 milioni di proletari, lo sciopero generale del novembre 2020 ha riunito 250 milioni di partecipanti, diventando il più grande della storia del capitalismo.

Il modo di produzione capitalistico non ha risolto, né può risolvere, gli antagonismi di classe. L’esportazione di capitale non ha fatto che ampliare la geografia dello sfruttamento. Ciò che la statistica borghese spaccia per sconfitta storica della classe operaia è, in realtà, un’espansione su vasta scala del fronte della lotta di classe.

Oggi il proletariato mondiale è tecnologicamente e politicamente frammentato, restando in larga misura allo stadio di “classe in sé”. Questa disgregazione oggettiva fa sì che perfino i grappoli più pesanti di collera di classe si limitino spesso entro i confini del tradunionismo – l’autodifesa economica e la contrattazione sulle condizioni di vendita della forza-lavoro.

L’esperienza storica dimostra inesorabilmente: né la rivolta spontanea, né l’azione automatica delle crisi economiche sono in grado di distruggere la dittatura della borghesia. Restando sulle posizioni della sola lotta economica, il proletariato è condannato a condurre un’estenuante guerra sisifea contro il capitale, senza possibilità di sradicare lo sfruttamento in sé. Il compito storico principale del movimento operaio resta la liquidazione della proprietà privata sui mezzi di produzione. Il passaggio dalla difesa dispersa all’offensiva politica richiede la formazione di un partito comunista di nuovo tipo – un’avanguardia rivoluzionaria, depurata dall’opportunismo, armata di teoria d’avanguardia e capace di organizzare il proletariato in “classe per sé” allo scopo di infrangere rivoluzionariamente il sistema capitalistico e instaurare la dittatura del proletariato.

Luglio 2026

Footnotes

    • NUM (National Union of Mineworkers) – L’Unione Nazionale dei Minatori del Regno Unito, il più grande sindacato dei minatori.
    • UDM (Union of Democratic Mineworkers) – Unione dei minatori democratici.
    • TUC (Trades Union Congress) - Congresso britannico dei sindacati, la confederazione sindacale nazionale.
    • KOR (Komitet Obrony Robotników – Comitato per la difesa dei lavoratori) – organizzazione polacca di opposizione fondata nel 1976 da un gruppo di intellettuali: storici, giuristi e scrittori. Fu creato in risposta alle repressioni contro i lavoratori a seguito degli scioperi a Radom e Ursus nel 1976. I membri del KOR fornivano assistenza legale e materiale ai lavoratori vittime delle repressioni e alle loro famiglie – da qui il nome. Nel 1977 l’organizzazione ampliò il proprio mandato e si ribattezzò KSS – KOR (Comitato di autodifesa sociale – KOR), per poi sciogliersi spontaneamente nel 1981 in seguito alla legalizzazione di “Solidarność”.
    • Amazon Labor Union – sindacato indipendente dei lavoratori, nato il 20 aprile 2021 sulla base dell’organizzazione The Congress of Essential Workers, fondata da Chris Smalls dopo il suo licenziamento da JFK8 per aver organizzato uno sciopero in segno di protesta contro la politica di Amazon durante la pandemia di COVID-19. Il 1° aprile 2022, i lavoratori del JFK8 di Staten Island hanno ottenuto per la prima volta il riconoscimento del sindacato presso uno stabilimento Amazon negli Stati Uniti.
    • Shunto (“lotta primaverile” / “offensiva primaverile”) – pratica consolidatasi in Giappone dalla metà degli anni ‘50, che prevede negoziati annuali coordinati tra i sindacati e gli imprenditori in merito all’aumento dei salari e al miglioramento delle condizioni di lavoro. Le trattative si svolgono contemporaneamente in tutti i settori in primavera (di solito tra febbraio e marzo), il che rafforza la posizione negoziale dei sindacati grazie alla sincronizzazione delle richieste a livello dell’intera economia.

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